Colpo grosso a Milano: 4 giorni di metamorfosi in foto

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MIA Photo Fair Milano 2026: Niccolò Quirico e l'italianissimo Alex Trusty tra città e musei

Lo avevamo visto alle precedenti edizioni di questa fiera d’arte che è “fiera” della fotografia (quest’anno il tema è la metamorfosi), che puntualmente a Milano attira globetrotter e immancabili imbucati dell’arte contemporanea. Lui è Federico Rui, vecchia conoscenza di OFF, che anche stavolta non si smentisce e piazza il colpaccio: l’italianissimo (romano de Roma, all’anagrafe Alessandro Fidato) Alex Trustydi cui vi avevamo già parlato – e Nicolò Quirico.

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E Rui lo dice senza giri di parole: «Questa è la mia settima presenza al MIA. Da due anni la fiera è tornata al Superstudio Più di via Tortona, luogo in cui è nata, migliorando la qualità degli stand, con un layout più arioso e un allestimento più elegante. Questo consente di apprezzare al meglio le opere esposte e di approfondirne la conoscenza». Una cornice che ha funzionato anche sul piano del riscontro: «È andata molto bene: sia il lavoro di Nicolò Quirico sia quello di Alex Trusty, a cui abbiamo recentemente dedicato una mostra in galleria dopo quella a Palazzo Reale, sono stati molto apprezzati. Pur nella loro diversità, le loro ricerche sono molto attuali e pongono interrogativi sul rapporto tra memoria e contemporaneità».

Il dialogo tra i due artisti non è casuale. Quirico, con cui Rui collabora da anni, rappresenta una traiettoria precisa e riconoscibile: «Mi ha sempre affascinato questa tecnica – la stampa su collage di pagine di libri d’epoca – che lo rende unico nel panorama della fotografia italiana. Il rapporto tra estetica e contenuto, tra visioni urbane e memoria, ci ricorda che ogni cosa si costruisce sulla base delle esperienze». Dall’altra parte, Trusty – già protagonista di un percorso espositivo importante – completa il discorso aprendo lo sguardo sul presente e su chi osserva.

E quando si prova a incasellare il tutto dentro categorie rigide, Rui taglia corto: «Non faccio distinzione tra mezzi: pittura, scultura, fotografia, tecniche miste, sperimentazioni varie. L’importante sono le vibrazioni e le emozioni che si provano davanti a un’opera». Una posizione netta, coerente con una visione curatoriale che privilegia l’esperienza rispetto all’etichetta.

Quanto a Quirico, definirlo in una parola è quasi una provocazione. E infatti Rui risponde così: «Con tante parole». Una dichiarazione che è già, in fondo, una chiave di lettura.

Dall’eliografia Point de vue du Gras (1826/1827), la prima tecnica fotografica permanente inventata da Nicéphore Niépce su lastra di peltro ricoperta di bitume di Giudea, ai nuovi codici visivi contemporanei: tutto è cambiato ed è connesso a una metamorfosi di tecniche, linguaggi, generi e soggetti.
La fotografia è e sarà sempre in trasformazione, proprio come suggerisce il tema su cui era incentrata questa quindicesima edizione di MIA Photo Fair: un classico che va da Ovidio alla post-umanità contemporanea, al tempo di Instagram e nell’epoca della riproducibilità dell’A.I.

MIA Photo Fair Milano 2026: Niccolò Quirico e l'italianissimo Alex Trusty tra città e musei
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Tra le differenti declinazioni della Metamorfosi – un tema ampio e “inclusivo”, tra realismi, concettualismi e sperimentazioni – spiccano Nicolò Quirico (Monza, 1966) e Alex Trusty (Roma, 1976). Del primo non si dimenticano le sequenze dei suoi palazzi, architetture, vedute e assonanze urbane in cui parole, edifici e pseudo-realtà strutturano una visione concettuale dello spazio, intimo e arcano. Soluzioni formali che, come ha dichiarato il suo gallerista Federico Rui: «Quirico è unico e coraggioso: esula dalla fotografia fine a sé stessa e si mette in discussione con la storia e la memoria rappresentata dai libri antichi. Le facciate delle architetture (il presente) nascondono tutto il carico della storia e del vissuto. Ogni edificio è vita che si sta scrivendo e ogni libro è un mattone della nostra cultura. Come scriveva Alberto Savinio: “Il presente, che è nel tempo quello che la facciata è nello spazio, impedisce di vedere le cose in profondità”».

Guardando con attenzione, si osserva come le “meta-realtà” di Quirico siano ricomposte attraverso complessi collage e stratificazioni di visioni multiple, stampate non su carta ma su pagine di libri. Il risultato è una sintassi compositiva tra architetture e parole – frasi, incipit di capitoli, sequenze narrative – organizzata secondo una rigorosa geometria. Le sue immagini tracciano relazioni nascoste tra interno ed esterno: edifici apparentemente superficiali evocano in realtà profondità di vissuti criptati.

Pluripremiato, l’autore si è occupato, tra il 1985 e il 2004, di trame di comunicazione visiva nascosta, esperienza che lo ha portato all’elaborazione di vedute urbane costruite attraverso frammenti culturali dei luoghi fotografati, in bilico tra realtà, storia, memoria, cultura e identità. Davanti ai suoi scorci architettonici riconosciamo frammenti di città, come varianti di un alfabeto visivo che richiede tempo e attenzione per essere decifrato, anche per comprendere la complessità di una tecnica di stampa particolarissima e non riproducibile dall’A.I.

Saltano all’occhio le convergenze tra parole e architetture: emergono attraverso la stampa fotografica su pagine di libri recuperati nei mercatini di tutto il mondo. Sorprendono anche i suoi libri smontati e ricomposti, edificati da trame di parole come fossero palazzi, che configurano prospettive di una misteriosa Babele. Una costruzione della memoria fatta di lingue, argomenti, grafie, tipografie e carte differenti: elementi ritagliati e incollati, strato dopo strato, su supporti rigidi di grande formato, alla ricerca di connessioni tra la forma degli edifici e le trasparenze della stampa fotografica.

MIA Photo Fair Milano 2026: Niccolò Quirico e l'italianissimo Alex Trusty tra città e musei
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Di contro, Alex Trusty (Alessandro Fidato, Roma 1967) sposta l’attenzione dall’opera a chi la osserva. Come sottolinea il gallerista: «mette in relazione non solo la memoria, ma anche il contenitore della memoria. I musei, già definiti cattedrali della contemporaneità, sono il luogo sacro dove costumi contemporanei – colori, vestiti, pose, comportamenti – si confrontano con opere d’arte divenute di pubblico dominio. Le sue fotografie catturano il momento sospeso tra contemplazione e distrazione, tra attenzione e assenza, in cui ogni spettatore diventa parte della scena, anche se inconsapevolmente».

E qui osserviamo visitatori solitari, immortalati a tu per tu con l’opera, che trasformano lo sguardo in azione estetica.