Sebastiano “Karam” Cannarella dalle avanguardie alla “Restanza”

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Karam Cannarella, l'intervista: la mia pittura tra Brera, deserto e Restanza

Karam Sebastiano Cannarella, nato nel 1942 a Capo Passero, un piccolo paese in provincia di Siracusa, città baciata dagli dei. È pittore con la luce nello sguardo fin da piccolo, che prima di parlare ha imparato a dipingere, perché la sua passione è la pittura, un linguaggio più vicino alla sua sensibilità e vocazione intimista.

Da oltre sessant’anni attraverso i colori mette in forma la memoria, plasma emozioni, trasferendo sulla tela le domande che accompagnano la sua vita densa e nomade, come il suo sguardo sul mondo. In occasione della sua mostra personale “Restanza”, a Milano, l’abbiamo intervistato in presenza davanti ai suoi dipinti di luoghi dell’assenza, dove qualcuno è già stato e altri, osservandoli, avvertiranno fantasmi senza vederli. E come scrive Karam, ricordiamoci che: Sotto la superficie consumata una presa minima continua a resistere.


Sebastiano Cannarella in arte Karam: cosa significa e quando e perché hai deciso di firmare le opere con questo nome orientale?

Ho scelto il nome Karam perché in arabo significa “generosità” e “nobiltà”. Dopo molti anni di contatti con il mondo arabo ho sentito che questo nome rappresentava meglio la mia sensibilità artistica e il mio percorso umano.

Sei nato in un paesello vicino a Siracusa, nel 1964 ti sei trasferito a Milano per frequentare l’Accademia di Belle Arti a Brera. Cosa ricordi di quegli anni, e quali docenti o artisti del bar Jamaica hanno maggiormente inciso sulla tua formazione artistica?

Sono nato a Portopalo di Capo Passero nel 1942. L’arrivo a Milano fu per me una scoperta straordinaria: una città viva, aperta a confronto culturale e artistico. Frequentavo l’ambiente di Brera e il Bar Jamaica, luogo di incontro di artisti, scrittori e intellettuali. Più che dai docenti, sono stato formato dall’atmosfera di quegli anni, dalle discussioni sull’arte contemporanea e dall’incontro con artisti che vivevano la ricerca come una necessità.
Milano mi ha insegnato che l’arte non è solo tecnica ma anche visione, libertà e continua ricerca di un linguaggio personale.

Quando ti sei trasferito in Marocco, cosa hai dipinto e cosa ti ha lasciato in eredità la cultura arabo-islamica, dato che hai studiato per anni il Corano?

Quando mi sono trasferito in Marocco, ho iniziato a dipingere opere ispirate alla vita quotidiana, ai mercati, ai musicisti, ai paesaggi del deserto e soprattutto ai volti delle persone.
In quegli anni, ho approfondito la cultura arabo-islamica e ho studiato a lungo il Corano, non per motivi religiosi ma per comprenderne il valore spirituale, poetico e simbolico. Da questa esperienza ho ereditato una diversa percezione della luce, del silenzio, dell’attesa e del rapporto tra visibile e invisibile. Ancora oggi questi elementi attraversano la mia pittura, anche quando i soggetti non sono esplicitamente legati al mondo arabo.

Hai soggiornato a Zurigo, Parigi, Monaco di Baviera, Egitto e Magreb. Perché sei tornato a Milano dopo tante esperienze di viaggio così intense?

Sono tornato a Milano perché dopo tanti viaggi ho capito che le esperienze raccolte nel mondo dovevano trovare una sintesi. Milano era il luogo in cui potevo trasformare tutto ciò che avevo visto e vissuto in un linguaggio artistico personale sempre in evoluzione.

Come sei entrato in contatto con l’eredità espressiva del gruppo Co.Br.A, e chi ti ha portato a condividere poetiche del movimento d’avanguardia europeo attivo dal 1948 al 1951?

Del gruppo Co.Br.A. mi hanno colpito la libertà del segno, l’energia creativa e il rifiuto delle convenzioni accademiche. Frequentavo la Galleria Agustinci, sulla Rive Gauche, condividendone lo spirito di ricerca e di indipendenza artistica.

Sei passato da una pittura segnica, materica e gestuale di matrice informale e hai maturato un linguaggio pittorico fondato sull’automatismo del segno e l’energia della materia, caratterizzato da forti contrasti cromatici e dense stratificazioni pittoriche, alla figura figurativa: quando è avvenuto il ritorno al corpo e alla presentazione degli oggetti, luoghi e perché?

Il ritorno alla figurazione è avvenuto quando ho sentito il bisogno di dare un volto alla memoria. Il corpo, gli oggetti e i luoghi sono diventati strumenti per raccontare il tempo, l’assenza e l’esperienza umana, mantenendo però la libertà espressiva maturata negli anni dell’Informale.

Tra la fine degli anni Ottanta e Novanta, la cultura arabo-islamica ha assunto un ruolo centrale nella tua ricerca artistica. Se sì, come si esprime nei tuoi dipinti figurativi?

La cultura arabo-islamica ha influenzato profondamente la mia pittura, come già detto attraverso la luce, il silenzio, la spiritualità e la centralità della figura umana, non come tema esotico, ma come esperienza e ricerca interiore che ha arricchito il mio linguaggio artistico.

Quale nuovo ciclo di dipinti esponi nella galleria Manuel Zoia a Milano nella mostra Restanza a cura di Vera Agosti?

Nella mostra Restanza espongo opere dedicate alla memoria dei luoghi. Stanze vuote, oggetti rimasti, soglie e tracce del tempo diventano protagonisti sull’assenza, la memoria e l’identità.

Cosa intendi comunicare con questi dipinti, rigorosamente a olio, incentrati sull’assenza, sulle tracce di ciò che permane in un luogo abitato, come segno del loro attraversamento, in cui prevale il rapporto tra la luce e il buio, tra lo spazio immaginato e quello reale, in cui l’ordinario diventa straordinario?

Attraverso questi dipinti racconto la memoria trattenuta nei luoghi. Le tracce, gli oggetti e gli spazi diventano testimoni di presenze assenti. La luce e il buio evocano il dialogo tra ricordo e oblio, mentre l’ordinario si trasforma in esperienza poetica e universale.

Quando la luce, la materia pittorica principale di questo ciclo di opere per te diventa soglia, ferita, rivelazione della memoria, manifestation di un’assenza e perché?

Per me la luce è soglia, ferita e rivelazione. Attraverso di essa l’assenza diventa percepibile e la memoria emerge dai luoghi. La luce rende visibile ciò che non c’è più, trasformando lo spazio in testimonianza del tempo vissuto.

Tra quelli dipinti, in quali ambienti solitari, silenti e irrorati dalla luce vorresti abitare?

Vorrei abitare una delle stanze illuminate da una luce discreta e naturale, magari affacciata sul mare. Sono luoghi di silenzio e contemplazione, dove il tempo rallenta e la memoria continua a vivere senza fare rumore.

Gli ambienti che prima immagini e poi dipingi sono ispirati a qualche luogo in cui hai vissuto e abitato realmente nel passato?

Sì, molti ambienti sono ispirati a luoghi che ho realmente vissuto, soprattutto la casa della mia infanzia a Portopalo. Ma nella pittura il ricordo si trasforma e diventa uno spazio universale della memoria, più evocato che descritto.

Cosa è cambiato in te rispetto alla serie di opere precedente nominata Veglia Morbida, dedicata al mondo, umanità e dignità delle drag queen?

In Veglia Morbida raccontavo la presenza del corpo e la dignità dell’identità umana. In Restanza, invece, racconto l’assenza e la memoria custodita dai luoghi. È cambiata la forma ma non l’interesse per ciò che resta dell’esperienza umana e, con uno sguardo interiore dentro la mia memoria, si è modificato il mio modo di percepire lo spazio e il tempo.

La tua pittura meditativa basata sulla memoria intreccia identità individuali e collettive attraverso simboli aperti a diverse interpretazioni, che innescano una riflessione sui concetti di tempo, appartenenza, sottrazione e apparizione. Cosa rappresenti o evochi, chi e che cosa?

Evoco la memoria del passaggio umano. Non racconto una storia precisa, ma ciò che resta: tracce, appartenenze, essenze e ricordi. Sono immagini “aperte” che invitano ciascuno a認識 una parte della propria esperienza del proprio tempo.

Sei un siciliano nomade profondamente legato a Portopalo di Capo Passero, dove trascorri lunghi mesi d’estate. Come incide il tuo essere nato in un’isola baciata dagli dèi con la luce dipinta in opere sul concetto di “Restanza”?

La Sicilia è all’origine della mia pittura. La luce di Portopalo, il mare e il suo senso profondo dell’appartenenza hanno dato forma al concetto di “Restanza”. Nei miei dipinti la luce non illumina soltanto i luoghi, ma ne custodisce la memoria e l’identità.

Hai già sperimentato l’Intelligenza Artificiale? Se sì, in quali opere, lo farai?

La considero un mezzo utile per esplorare nuove idee, ma l’opera nasce sempre attraverso la pittura vera, la materia e l’intervento diretto dell’artista.

Da mesi stai scrivendo un romanzo dedicato a Lidia, la protagonista di un viatico dal buio alla luce. Vuoi anticipare quale storia ci racconterai in questo libro ancora in fieri che sembra perfetta per abitare i luoghi della Restanza?

Lidia è la storia di un viaggio dal buio alla luce. Attraverso la memoria, le assenze e i luoghi del passato, la protagonista cerca la propria verità. È un racconto che dialoga naturalmente con la Restanza, perché parla di ciò che resta e continua a vivere dentro di noi.

Qual è la tua luce ideale?

La mia luce ideale è una luce silenziosa, radente, mai spettacolare. Una luce che rivela la memoria delle cose senza cancellarne il mistero. È la luce della Sicilia, del mare e delle stanze abitate dal tempo.

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