Matteo Mandelli, arte e tecnologia: il lato nascosto del digitale

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Matteo Mandelli e Luca Baldocchi, Sintetica Collective - Installazione Loggia dei Militi, Cremona

Matteo Mandelli, nato nel 1988 a Merate (Lecco), è cresciuto in un contesto familiare profondamente legato all’arte grazie alla passione collezionistica del padre. La sua ricerca artistica attraversa tecnologia e performance, esplorando il rapporto tra essere umano e sistemi digitali. Attraverso installazioni, sculture tecnologiche e azioni performative, utilizza dispositivi elettronici, schermi e circuiti come materiali scultorei per rivelare la fragilità e la vita nascosta della tecnologia contemporanea.

Matteo Mandelli in Studio, The Contact

Perché hai scelto di fare l’artista e quando?

In un certo senso sono cresciuto dentro il mondo dell’arte. Mio padre è collezionista e fin da bambino sono stato circondato da opere, mostre e artisti. Allo stesso tempo ho sempre avuto una forte immaginazione e il desiderio di dare forma a visioni interiori. L’arte è diventata il linguaggio più naturale per trasformarle in qualcosa di concreto e condivisibile.

Che funzione ha la tecnologia nel tuo lavoro?

La tecnologia non è uno strumento neutro ma una materia viva. Mi interessa mostrarne la fragilità e la dimensione quasi organica. Quando incido uno schermo durante una performance, i cristalli liquidi reagiscono generando immagini imprevedibili che mutano nel tempo.

Quali sono le fonti della tua ispirazione?

La mia ricerca nasce dall’incontro tra arte spazialista, cultura digitale e riflessione sul nostro rapporto con la tecnologia. Oggi lo schermo è diventato la superficie dominante della nostra epoca, ma raramente ci chiediamo cosa ci sia oltre.

Cosa racconta la mostra “Cyber Anthology”?

La mostra raccoglie diversi capitoli della mia ricerca e mette in dialogo progetti che indagano il rapporto tra uomo, tecnologia e coscienza. Il contesto storico dell’ex Palazzo Vescovile crea un forte contrasto con l’immaginario digitale.

Come intrecci forme tridimensionali e cultura digitale?

Porto il digitale fuori dallo schermo e dentro lo spazio fisico. Circuiti e dispositivi diventano elementi scultorei, trasformando la tecnologia in una presenza concreta.

Perché utilizzi materiali di scarto tecnologico?

Questi materiali raccontano il nostro tempo. Il gesto artistico nasce dal cambiare sguardo e trovare nuove possibilità in ciò che sembra esaurito.

Che ruolo ha l’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale è sia strumento che interlocutore. Permette di generare immagini inedite e riflettere sul modo in cui le macchine interpretano il linguaggio umano.

Come nascono i tappeti di circuiti elettronici?

Nascono dall’incontro tra tradizione tessile e infrastruttura digitale. Entrambi parlano di connessioni: unire questi elementi significa mettere in dialogo epoche diverse.

Cosa raccontano “Algorithm Creed” e “The Contact”?

“Algorithm Creed” riflette sulla tecnologia come nuova forma di fede. “The Contact” nasce dall’incisione di schermi durante performance, rivelando la vita nascosta dei dispositivi.

Cosa sono le “Fioriture Sinestetiche”?

Realizzate con Luca Baldocchi, combinano natura e artificiale attraverso immagini generate digitalmente, creando installazioni ibride tra reale e immaginato.

Ti consideri un artista attivista?

Non in senso ideologico. Mi interessa creare cortocircuiti visivi che portino a riflettere sulle contraddizioni del presente.

Cos’è il movimento phygital?

È l’incontro tra dimensione fisica e digitale nell’arte contemporanea, un dialogo tra due mondi spesso separati.

Quando la tecnologia diventa arte?

Quando smette di essere solo uno strumento e diventa linguaggio capace di farci vedere il mondo in modo diverso.

A cosa stai lavorando oggi?

Sto sviluppando “The Contact” e altri progetti come “Algorithm Creed” e “Cybercarpet”, esplorando nuove possibilità tra tecnologia, materia e percezione.