Adesso c’è pure il testo “fluido”: così l’algoritmo ci toglie il diritto di pensare

0
beluffi critico

L’intelligenza artificiale è uno dei temi che maggiormente catalizzano l’attenzione nel dibattito pubblico. Sovente i punti di criticità si concentrano sul pericolo della sostituzione del lavoro umano. Eppure c’è un altro tema che meriterebbe di non essere sottovalutato: quello del linguaggio. Lo strumento, cioè, che consente agli esseri umani di descrivere e rappresentare la realtà, fornendo, al tempo stesso, le categorie necessarie a interpretarla.

Adesso c'è pure il testo "fluido": così l'algoritmo ci toglie il diritto di pensare

Tra coloro che stanno monitorando questo aspetto, c’è anche Stefania D’Amore: classe 1985, laurea al Politecnico di Bari, è una giornalista e comunicatrice esperta di linguaggi e semiotica. L’abbiamo intervistata per capire come l’algoritmo stia silenziosamente riscrvendo i nostri pensieri.


Ma come è possibile che una tecnologia digitale, per quanto potente, riesca a influenzare il linguaggio?

Può influenzarlo perché oggi l’intelligenza artificiale produce direttamente forme linguistiche. E il punto delicato, secondo me, è proprio questo. Ogni tecnologia della parola cambia il nostro rapporto con la parola stessa. È successo con la stampa, con la televisione, con Internet, con i social. L’intelligenza artificiale generativa fa un passo ulteriore: ci offre frasi, strutture, toni, argomentazioni. Il problema è più sottile di quanto sembri: milioni di persone iniziano a usare strumenti che propongono soluzioni linguistiche simili, costruite su ricorrenze statistiche. E se quelle soluzioni diventano veloci ed efficienti, iniziano inevitabilmente a entrare nel modo quotidiano in cui scriviamo. E sì, di conseguenza anche nel modo in cui formuliamo i ragionamenti.

“L’IA tende per sua natura a stabilizzare il linguaggio medio: privilegia toni concilianti e amplifica un modello culturale già dominante.”

Nella storia della cultura, le grandi trasformazioni sono passate quasi sempre da una trasformazione linguistica. Pier Paolo Pasolini rompeva deliberatamente il linguaggio borghese e televisivo dell’Italia del boom economico mescolando dialetto, sacro, sottocultura e poesia. Ogni volta che una voce rompe il linguaggio dominante, mette in discussione anche l’ordine culturale che quel linguaggio sostiene. L’IA, invece, tende per sua natura a stabilizzare il linguaggio medio: privilegia toni concilianti e costruzioni universalmente leggibili. Amplifica un modello culturale già dominante.

E quali sono i rischi?

Il rischio principale è che iniziamo lentamente a confondere fluidità linguistica e profondità del pensiero. Gli LLM (Large Language Model) sono straordinariamente efficaci nel produrre testi plausibili: ordinati, coerenti, grammaticalmente impeccabili. Ma un testo che “suona bene” non coincide necessariamente con un testo che pensa davvero qualcosa.

Qui entra in gioco un meccanismo cognitivo molto interessante: quando qualcosa parla in modo fluido e convincente, tendiamo automaticamente a pensare che “capisca”. E questo cambia il nostro rapporto con il linguaggio. Rischiamo di considerarlo sempre più come una performance di correttezza e scorrevolezza, e sempre meno come uno spazio di esposizione personale e ricerca. La scrittura umana, invece, spesso vive proprio nelle deviazioni: nelle esitazioni, nelle fratture, persino negli errori. Fluidità e profondità non sono la stessa cosa. Potremmo iniziare a preferire testi perfettamente ottimizzati a testi — e pensieri — realmente vivi.

Ci stiamo quindi dirigendo verso una political correctness “imposta” per via tecnologica?

Più che altro perché potremmo diventare progressivamente persone meno allenate alla complessità e alla fatica cognitiva. Il filosofo Byung-Chul Han parla da anni di una società che elimina lentezza, negatività e opacità per privilegiare processi immediatamente efficienti e performativi. L’IA generativa si inserisce perfettamente dentro questo paradigma: produce sintesi rapide e riduce tempi di elaborazione.

Ma pensare richiede anche il contrario: attraversare confusione, contraddizione, tempi morti, tentativi falliti. Se iniziamo a delegare sistematicamente all’AI argomentazioni o formulazioni linguistiche, il rischio è perdere familiarità proprio con quei processi cognitivi più lenti e non lineari da cui spesso nasce il pensiero critico.

Esiste il rischio che, in un mondo a disuguaglianze e asimmetrie crescenti, questo sistema possa anestetizzare il dibattito pubblico, a tutto favore di chi detiene il potere economico che controlla la tecnica?

Sì, credo che il rischio esista e risieda in qualcosa di molto più sottile: la convergenza tra potere tecnologico, modelli economici e gestione dell’attenzione. Oggi pochissimi soggetti privati controllano le principali infrastrutture attraverso cui passa la comunicazione contemporanea: piattaforme, algoritmi, modelli linguistici, sistemi di moderazione. E questi sistemi non sono neutri: sono costruiti per ottimizzare permanenza, prevedibilità, compatibilità con l’ambiente economico in cui operano.

“Quando il linguaggio si appiattisce, anche l’immaginazione politica rischia di farlo. Il rischio profondo è perdere lo spazio del dissenso argomentato.”

Il problema è che ciò che viene premiato tecnicamente tende, nel tempo, a diventare anche ciò che viene premiato culturalmente. E quindi, sì, una società che premia soggetti adattivi, prudenti, performativi, più capaci di aderire al sistema che di metterlo in discussione. Anche George Orwell, in Politics and the English Language, mostrava come il linguaggio burocratico e standardizzato potesse restringere progressivamente il pensiero critico. Quando il linguaggio si appiattisce, anche l’immaginazione politica rischia di farlo.

Il rischio non è la scomparsa del conflitto, anzi: probabilmente continueremo a vivere dentro una polarizzazione molto aggressiva. Il rischio più profondo è perdere lo spazio del dissenso argomentato, della voce divergente ma non ridotta a pura rabbia performativa. Perché una società può essere estremamente rumorosa e allo stesso tempo sempre meno critica. Ed è qui che la questione smette di essere soltanto tecnologica e diventa inevitabilmente politica e culturale.

“`

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here