Valerio Righini l’architetto della materia tra Valtellina e metropoli

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Suono verticale, acciaio inox e bronzo, h. 4 m, 2018, Aqualido Ronzone (TN)

Valerio Righini, classe 1950, nato a Tirano in Valtellina sul confine con la Svizzera, pittore e scultore,  laureato in Architettura al Politecnico, discendente da una famiglia di pittori e decoratori, cresciuto tra pizzoccheri e colori, pigmenti, vernici, spolveri e pennelli. Nella zona sono numerose le antiche dimore e i palazzi che, secondo lo stile dell’epoca, portano testimonianze del lavoro dei suoi famigliari. La sua scelta di operare in un campo artistico è stata in un certo senso naturale.  Vivere al confine, significa desiderare di superarlo e la  dogana è  un elemento di cerniera, non di separazione, per incontrare amici, artisti, e compagni di strada per confronti  e scambi di  idee e  di opere. L’abbiamo scovato e intervistato nel suo incantevole studio ALCANTINO, dove dal 2010 promuove incontri aperti al pubblico, ospitando intellettuali, scrittori, filosofi, poeti, con i quali ha realizzato numerosi libri e artisti italiani e stranieri.

Perché hai scelto di fare l’artista e come l’hai capito?

Il momento della scelta dell’indirizzo di studi è stato determinante. Durante i miei anni di studio al Liceo di Brera, a Milano ho avuto la fortuna di incontrare in particolare due professori di arte e poi uno docente di Architettura. Insegnanti che sono stati fondamentali nella mia formazione, con loro è stato naturale stringere un rapporto di amicizia che è durato a lungo. A14 anni con l’appoggio dei miei genitori mi sono trovato catapultato da una piccola cittadina ai piedi delle montagne, a Milano, la grande metropoli. Gli anni di Brera sono stati decisivi nella mia formazione per i compagni e gli insegnanti, per il clima che si viveva dentro e fuori l’Accademia, nei vicoli, nelle gallerie. Terminato il liceo la scelta era fra accademia, sezione pittura o scultura, o ancora la scuola di restauro; invece poi ho scelto Architettura al Politecnico, ma gli amori originari sono ritornati nel mio fare artistico e  le scelte, che  includono pittura e scultura.

Descrivi il tuo atelier ALCANTINO e cosa ci fai lì

Nel 2010 ho acquisito e ristrutturato una vecchia cantina sociale, lì ho inaugurato e aperto lo spazio ALCANTINO-GalleRighini, luogo di incontri e convivialità. E’ luogo che nasce letteralmente sulla frontiera, uno spazio fisicamente molto caratterizzato. Mi è sembrato naturale ed opportuno aprirlo, in maniera libera e informale, ad una condivisione pubblica con amici e a quanti fossero sensibili e appassionati all’arte nelle sue varie e infinite sfaccettature. Probabilmente, un ruolo decisivo per questa scelta è stata la profonda amicizia con padre Camillo de Piaz, strettamente legato al territorio retico, maestro di amicizia, fautore di incontri, “crocevia” di amici. Con lui quando stavo ristrutturando il luogo, già si vagheggiava circa l’opportunità di renderlo disponibile all’incontro. In questo spazio ospito quella cosa indefinibile  chi  fa arte, con diversi linguaggi e tecniche . Arte nel senso ampio del termine, senza improvvisazioni, senza confini, senza distinzioni. Nei diversi incontri si succedono amici poeti e scrittori, artisti e critici o editori d’arte, musici, architetti e attori. Condividono un sentire, con  il desiderio di raccontare consa fanno, testimoni  del loro operare  nell’arte in maniera  autentica e trasversale.  Alcantino è un progetto di scultura sociale, luogo  di relazione  e di speranza di superamento  di barriere mentali, aperto alla complessità.

Vivi a Tirano a stretto contatto con la natura, il territorio influisce nella tua ricerca artistica, come?

Non ho mai razionalizzato compiutamente il mio rapporto con il luogo geografico che mi ospita. Mi sono tuttavia già chiesto se per me fosse uguale fare arte in Valtellina o altrove. La prima risposta, un po’ aggressiva forse, è che nulla cambierebbe anche in un altro contesto. Ma ad una riflessione più pacata e più sincera, devo ammettere che quello che si è, quello che siamo, lo dobbiamo, almeno in parte, e forse una parte non minima, all’ambiente dove operiamo, anche se l’identità (parola scivolosa di questi tempi) e il legame con l’ambiente può essere talvolta sfuggente. Il territorio montano al quale appartengo, con questi monti, perenni grandiosi testimoni muti, con l’occhio che è abituato a rimbalzare tra le quinte del paesaggio, ha funzionato e funziona come un sistema di specchi che definiscono una immagine. La mia non è sicuramente pittura di paesaggio, ma probabilmente ne trattiene echi; forse è qui la logica formale delle immagini che sviluppano un proprio percorso di astrazione dal dato naturalistico. Un percorso uno spazio necessario entro il quale, o fuori dal quale, le figure accadono.

Pittore o scultore cosa preferisci sviluppare?

Uno e l’altro direi. Partito come pittore ad un certo punto, negli anni ottanta, ho avvertito la necessità di esprimermi anche con la materia e la terza dimensione.

Figurativo o astratto, come definisci il tuo linguaggio e perché?

Mi piace la contaminazione formale, superare le distinzioni canoniche di categorie prefigurate, mi piace confrontarmi con materie e mezzi poveri. Un esempio: in Viaggio in pensieri da carta ho realizzato piccole composizioni partendo da semplici fogli di carta; ottenere rilievi di carta è un gioco, un divertissement, che appassiona e che, come già per altri artisti, coinvolge. Nelle pieghe operate nella carta, nei tagli, nei tentativi, nelle variazioni, anche minime talvolta, si sviluppa una gratuità dell’agire. L’aspetto ludico, implicito in questa semplice manipolazione, è percorso da caratteri espressivi che conducono ad una stimolante creatività che – unita alla leggerezza del materiale, alle dimensioni minime, all’assenza del colore, alla impercettibile variazione chiaroscurale nelle infinite sfumature grigie – mi attrae. Da queste piccole maquette inizia il viaggio nella trasformazione delle forme e nella materia definitiva, l’acciaio. Dalla carta all’acciaio quindi, da forme piccole, da superfici delicate, leggere quasi evanescenti, a forme grandi, pesanti, taglienti, dure anche nei loro profili. La trasformazione, il viaggio iniziato labilmente per appunti a rilievo nella carta, si sviluppa e si compie.

Hai un’ indole poetica, i titoli hanno una funzione evocativa, narrativa nel tuo lavoro o cos’altro?

I titoli hanno un ruolo importante in quanto generatori di una prima chiave interpretativa che può sottolineare un aspetto immaginifico ed evocare spazi luoghi storie.  

Quali materiali utilizzi nella scultura e quali pigmenti in pittura?

I materiali più disparati. In scultura, materiali nobili e di recupero se non di scarto. Dal legno ai riccioli metallici, scarto di lavorazioni in carpenteria, in accostamenti serrati ma al contempo molto liberi. Assemblaggi di materiali che possono generare forti contrasti, nelle forme nei colori nella materia. E poi gesso argilla acciaio bronzo. In pittura prediligo generalmente pigmenti, finissimi come ciprie, dalle cromie fantastiche che abbagliano e incantano gli occhi. La materia, i materiali sono la carne, il corpo dell’opera, respirano e vivono con l’opera stessa; a volte sono loro stessi, i materiali, che si fanno scegliere, che guidano la forma e il fare artistico. Il fare. L’arte è lavoro. Importante è un esercizio quotidiano e consapevole per una autoconoscenza e per una ricostruzione del sé.

Sei  più espressionista o transavanguardista, perché?

Ora se mi è relativamente facile tentare di descrivere un procedimento creativo, un procedimento tecnico, molto più difficile mi appare esprimere le ragioni di scelte formali, di intenzioni, di rappresentazioni. Spesso tali scelte sono intuitive. Per me tutto questo avviene, quando avviene, a livello inconscio; a livello caldo di intuizione ed emozione, non raffreddato o anestetizzato da troppi ragionamenti e calcoli. Sono quindi tentato di pensare che le composizioni migliori siano quelle che non appartengano solamente ad una categoria singola: sogno – realtà; che non possano essere comprese rigidamente secondo le consuete definizioni di astrazione, di espressionismo, di surrealismo…, ma quelle in cui queste categorie si mescolano, si fondono, si confondono, giocano contemporaneamente su più piani.

Quali sono gli artisti viventi che continuano ad ispirarti?

Questa domanda mi sollecita a emozioni suscitate alla vista di tante opere di artisti che ho amato. Per me rimane contemporaneo un Masaccio, un Burri e il suo Grande Cretto di Gibellina, il mio Mario Negri, un Bacon, un Giacometti, un Soulages… Quando un’opera mantiene nel tempo la capacità di parlare rimane contemporanea.

Ma venendo agli artisti viventi vorrei citare Mimmo Paladino e Anish Kapoor, tutti e due, pur in maniera diversa, per la visionaria fisicità dello spazio. E poi come dimenticare Anselm Kiefer con i suoi Palazzi celesti o la sua attuale grande mostra, così materica, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, sala che, pur portando ancora i segni dei bombardamenti della guerra, aveva ospitato Guernica di Picasso. Riguardo Paladino mi era capitato di vedere in Piazzetta Reale a Milano la sua Montagna di sale, bianca pulita grande. Avevo già avuto modo di apprezzare quest’opera qualche anno prima in Sicilia; allora l’impatto visivo era stato forte ed eccitante, ma non quanto a Milano. La Montagna di sale con le sue sculture di neri cavalli, in quello spazio definito della Piazzetta, fungeva quale contrappunto al Duomo, anche lui bianco, anche lui pieno di sculture; dalla vicinanza e dal dialogo delle due opere è scaturita una scintilla in più. Grande e piccolo si confrontano: antico e moderno, ambedue contemporanei, religioso e laico, puro e puro, ambedue sacri.

Descrivi la tua giornata di lavoro e come nasce un’opera

Sulla maniera del fare. Devo rilevare che negli anni più giovani, caratterizzati da un dichiarato figurativismo in cui era centrale il corpo umano, il mio modo di operare era molto diverso da quello attuale. Prima di iniziare un lavoro dovevo risolverlo in testa. Ora, nel farsi dell’opera, lo spazio per l’evoluzione, lo spazio lasciato all’imprevisto, al caso è molto dilatato assumendovi forse un ruolo principale. Procedo in maniera più istintiva ed emozionale prendendo magari le mosse da certe suggestioni, da macchie casuali, da materie, da grumi che poi vado riorganizzando, lavorando per sottrazioni e levando. Cerco di trascendere la materia, farle assumere una dignità altra; a volte è la materia stessa che opera, che agisce su me, che mi guida ad approdi sconosciuti. Ora tendo a lavorare non più su singoli soggetti ma declinando il lavoro per cicli.

Per Tirano hai realizzato opere di Arte Pubblica, quali, cosa rappresentano e dove sono ubicate ?

Stele della Protezione, bronzo (2010), giardino della Scuola di infanzia; Grande Elmo, acciaio (2011), giardini pubblici di Piazza Marinoni; bassorilievo con effigiati p. Camillo de Piaz, p. David Maria Turoldo e il cardinale Carlo Maria Martini, bronzo (2012), Piazza della Basilica. Un’altra opera a cui sono molto legato e che mi ha impegnato molto è Ai naviganti-azzurro realizzata in acciaio inox e resine pigmentate (2004), che si sviluppa per una cinquantina di metri e si articola fra esterno e interno dell’Ospedale di Poschiavo (CH).

Quali mostre ti hanno dato maggiori soddisfazioni e perché?

Dalle più lontane: alla Gall. S. Ambroeus, Milano (1979), dove mi era stato assegnato l’Ambrogino d’oro del Comune; al Palais des Congress di Aix en Provence (1982); Biennale Internazionale di Scultura nel parco del Castello di Racconigi (2013).

Mostra personale al Museo Messina, su invito di Maria Fratelli, Milano (2018), accompagnata da una serie di incontri che ho organizzato con amici poeti. E ancora la mostra personale diffusa nella Città di Sondrio (2019); Galleria La Cornice, Lugano (2024).

Con quali gallerie italiane e straniere lavori e come sviluppi i contatti con i tuoi collezionisti?

Non ho particolari rapporti con gallerie private, temo possibili condizionamenti. Questa scelta, se da un lato mi lascia assoluta libertà espressiva, crea ovviamente maggiori difficoltà di visibilità e di mercato. Intrattengo invece contatti con enti istituzioni e musei.

A cosa serve l’arte nell’epoca A.I e della creatività rigenerata da algoritmi?

L’opera d’arte non ha alcuna funzione pratica, non soddisfa nessuna utilità. Considero l’arte, in senso lato, inutile per definizione. È talmente inutile, l’arte, per cui è assolutamente necessaria. L’arte, come prodotto della creatività, per chi sente l’esigenza di esprimersi, è un problema talmente urgente e coinvolgente che diventa un tutt’uno con l’esigenza del singolo, è la testimonianza del suo vissuto. Per me usare materie volumi spazi, assume una valenza insieme determinante e rituale; dà e diventa un senso-valore completo, primario. La nuova tecnologia per ora non mi coinvolge quanto appunto la materia.

Quali sono le mostre italiane e straniere che hanno inciso sulla tua ricerca artistica?

Le mostre alla fondazione Maeght di Saint-Paul (Sud della Francia), una in particolare di Giacometti; al Louisiana Museum of Modern Art in Danimarca con opere di Calder, di Moore, collocate in uno spazio ampio, luminoso avvolgente  e al Museo Novecento di Milano. Non dimentico poi una piccola mostra dello scrittore-artista Wolfgang Hildesheimer in Svizzera con i suoi preziosi delicati e raffinati collages di taglio un po’ surrealista. Ma un luogo ammaliante è la Chapelle du Rosaire realizzata da Matisse per le suore domenicane di Vence (Nizza). La genesi dell’idea della cappella di Vence costituisce la sintesi della ricerca pittorica di tutta la vita di Matisse. L’intervento artistico in cui la linea e il colore si esaltano a vicenda si esprime con pulizia, leggerezza ed elegante trasparenza e dona alla cappella un senso luminoso e mistico insieme. I vividi colori delle vetrate che si alternano ai pannelli di ceramica bianca disegnati con il nero e applicati ai muri bianchi, creano un ritmo, un andamento di delicata serenità, quasi una rivelazione.

Scegli tre opere che vorresti consegnare all’eternità e che ti rappresentano

Che responsabilità l’eternità. Le tre opere che propongo qui non vogliono realizzare una cronistoria, non hanno l’intento di fare cronaca; al contrario intendono esprimere una partecipazione attiva alla vita, al reale. L’artista non è su una sua nuvoletta fantastica, avulso dal reale, bensì ne è connaturato, ne vive contraddizioni, dubbi, incertezze; attraverso la sua sensibilità partecipa, scopre i propri nervi e, forse, pone domande. Vigna bronzea – oltre 50 elementi, bronzo, acciaio, legno, 2014-2016. Piccole forme poste all’apice di pali recuperati dalle vigne, pali di una irregolarità speciale. Opere a metà tra astrazione e figurazione, rimandano a una dimensione arcaica ed esprimono insieme forza materica e leggerezza. Sugli storici pali ha poi agito il tempo: il loro colore ricco di trapassi, dall’originario marrone al grigio dovuto al tempo, alle patine di verderame dei trattamenti, al nero vite della parte conficcata nel terreno. Sono pali unici. Su ogni verga, contorta rugosa vecchia, sono andato a collocare mie piccole forme fuse in bronzo, quasi frutti della mia terra. La collocazione di queste piccole opere in posizione apicale ha determinato una mia implicita connessione con il territorio valtellinese. Pelle apolide – n 15 elementi, gesso e materiali vari montati su tavola, 2018. Il tema sotteso si riferisce al mondo degli uomini in marcia. Moltitudini nomadi che in questo periodo storico, come in epoche precedenti, si spostano sulla terra per fuggire da guerre, carestie, povertà. Parvenze di figure umane, figure ieratiche, allineate come nei mosaici bizantini, distanziate con cadenze spaziali pressoché regolari. Cadenze che quietano le figure permettendo loro di assumere un respiro proprio. Alle figure ritte verticalmente si contrappone una figura coricata bianca, come un sudario, che vuol rappresentare e richiamare una fine. Camminanti, insieme di opere, varie tecniche pittoriche e scultoree, 2019-2026. Realizzate con vari materiali, dalle pietre scelte fra le murache delle vigne, al bronzo, alla pittura ad olio. Il tema sotteso è quello dell’errare. Spostamenti di moltitudini che portano a mescolanze di identità, di caratteri, di culture, a un arricchimento etico e socialitario e anche, vorrei dire, a una bellezza estetica.

Cosa consigli a un giovane che vuole fare l’artista?

Ho insegnato nelle scuole medie statali per oltre 35 anni. Il contatto con i giovani è stato sempre stimolante e arricchente per la loro freschezza e spontaneità. Il loro modo di vedere, con occhi sgombri da particolari malizie. D’altronde anche la figura dell’artista può essere considerata, in certi casi, come un eterno fanciullo. Mirò docet, ha lavorato tutta la vita per approdare alla leggerezza fantasiosa della sua produzione ultima. Dare consigli mi fa venire il mal di pancia. C’è tuttavia un’attenzione che non deve mai venire meno. Mai limitare la personalità espressiva del giovane, mai fagocitarne le possibilità, ampliarle sì, ma non sottometterle, annullarle. Insomma il rispetto della sua individualità prima di tutto.

Qual è il tuo sogno?

Dopo che in anni recenti sciagurate riforme hanno teso a boicottare le competenze delle soprintendenze, riforme scolastiche a mortificare l’ambito artistico (che non è semplicemente un ambito ma al contrario è un tutto, in particolare in Italia), pare che oggi, almeno per la scuola, si stia forse invertendo la tendenza.  Forse si stia avviando un ampliamento del tempo scolastico dedicato all’arte e alla musica così da riportarle legittimamente e a pieno titolo nei programmi scolastici. Mi auguro che questo vento viva nell’arte e possa soffiare in maniera sempre più avvertita. 

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