Giù la maschera: la “Veglia morbida” di Cannarella

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Karam Cannarella- L'Icona Deposta - Olio su Tela cm. 60 x 60 - Foto Alfredo Felletti

C’è una questione che la pittura ha sempre eluso con eleganza, delegandola al teatro e alla filosofia: che cosa succede quando la maschera si stacca dal volto? Non l’attimo dello svelamento – troppo melodrammatico, troppo facile – ma il tempo morto che segue. La zona grigia. Il reflusso. È esattamente lì che si colloca “Veglia morbida”, personale di Karam Sebastiano Cannarella allo Spazio Kryptos di Milano, a cura di Vera Agosti, dal 4 al 20 marzo 2026.

Una ventina di opere inedite che mettono in scena – ma sarebbe più corretto dire: smontano – la figura del corpo performativo, del corpo che si traveste, del corpo che diventa altro da sé. Non c’è compiacimento identitario, né tantomeno militanza. C’è, semmai, un’indagine spietata sulla fragilità del gesto scenico. Cannarella non dipinge la festa: dipinge il giorno dopo.

Nell’opera che dà il titolo alla mostra, una figura regge la propria maschera come si regge un oggetto sacro dopo la liturgia – non trofeo, ma reliquia. Lustrini e paillette non irradiano: trattengono. Sono vanitas contemporanee, questi corpi scenici attraversati dalla tensione irrisolta tra ciò che si è e ciò che si rappresenta. La maschera qui non è esibizione: è ferita che luccica.

In “Prima del volo” (2024) la farfalla è ancora in gabbia, il gesto compresso, l’energia trattenuta. È pittura della trepidazione, non dell’azione. Ne “La linea di soglia” (2025) il corpo indossa scarpe ai piedi e alle mani, proiettato nello scatto ma ancora immobile – immagine potente di un’esistenza sospesa tra il diventare e il restare. “Contenimento” (2024) rinchiude la figura in un cubo: spazio scenico e dispositivo psicologico insieme. In “Discesa assistita” (2025) persino la caduta è accompagnata, quasi trattenuta. Ogni quadro è un teatro mentale dove l’azione è differita, meditata, negata.

Poi viene il dopo. La parrucca deposta, la collana di perle abbandonata, i segni dello spettacolo che si spengono. “Icona deposta” e “Spoglia reale” sono nature morte della metamorfosi: pittura malinconica, quasi crepuscolare, che non giudica ma registra. Quando il rito si chiude, resta la traccia. E la traccia, in Cannarella, è sempre un fatto umano prima che estetico.

Nato a Portopalo di Capo Passero nel 1942, formatosi a Brera, attivo tra Parigi, il Maghreb e Milano, Cannarella ha attraversato stagioni e geografie diverse, dall’espressionismo di matrice europea alle suggestioni mediterranee. In “Veglia morbida” questa stratificazione biografica converge in una pittura che non cerca l’effetto ma l’attrito. Non celebra la scena: la veglia. E nella veglia – fragile, ostinata, irriducibilmente umana – individua la condizione autentica di chi abita il confine tra essere e apparire. Che poi è il confine di tutti.