Olimpiadi: corpo a corpo fra artisti dagli “eroici furori”

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Scopri la mostra curata da Paola Martino a Milano a Gli Eroici Furori con Stefano Banfi e tanti altri
Stefano Banfi, Milo

In On Edge lo sport non è un tema, ma una condizione.
Non interessa ciò che accade sul podio, ma ciò che avviene prima che il corpo si stabilizzi, quando il gesto è ancora esposto e il risultato non ha ancora preso forma. La mostra si colloca in questo punto fragile: una zona di instabilità dove forza e vulnerabilità coesistono, dove il controllo è sempre parziale e l’equilibrio è una negoziazione continua con l’ambiente.

Negli spazi de Gli Eroici Furori, fino al 15 febbraio, luogo da sempre dedicato alle forme di energia non addomesticata, On Edge trova una risonanza naturale. Qui lo spazio non funziona come contenitore neutro, ma come campo di tensione: le opere non vengono semplicemente esposte, ma entrano in attrito tra loro e con il corpo di chi le attraversa. In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026, questo luogo si trasforma in una soglia critica, dove lo sport viene sottratto alla retorica dell’evento e restituito alla sua dimensione più esposta e vulnerabile.

Il progetto curatoriale di Silvia Agliotti e Paola Martino lavora proprio su questa sottrazione. Non costruisce una narrazione celebrativa, ma un sistema di forze in cui le opere agiscono come dispositivi di instabilità. Neve e ghiaccio non sono evocazioni iconiche, ma condizioni materiali: superfici che scivolano, che cedono, che costringono il corpo a riorganizzarsi continuamente. È in questo spazio che il movimento perde la sua patina eroica e si rivela per ciò che è: una pratica di adattamento, una negoziazione costante tra intenzione e risposta.

I diciannove artisti non rappresentano lo sport: lo smontano.
Ne isolano gli elementi fondamentali — direzione, carico, accelerazione, sospensione — e li spostano in territori instabili, dove il gesto si libera dalla funzione e diventa forma, traccia, residuo. In questo slittamento il corpo smette di essere un vettore di prestazione e diventa un campo di esperienza.

Le impronte di Alessandro Baffigi cancellano l’ego e restituiscono il camminare come gesto collettivo, mentre le regine luminose di Stefano Banfi trasformano le mascotte olimpiche in icone di una regalità fragile, esposta allo sguardo e al desiderio.
Con Paki Paola Bernardi, la perfezione del cerchio olimpico si incrina sotto il peso di una citazione disturbante: celebrazione e catastrofe si tengono in equilibrio precario.
L’ermellino pop di Felipe Cardeña corre attraverso un universo psichedelico come un corpo che rifiuta le categorie, mentre la Hera di Paolo Cassarà scivola dal mito al presente, diventando atleta e idolo allo stesso tempo. L’ironia attraversa molte opere come una strategia critica. Nell’opera di Cristiana Palandri il corpo non è identità ma esperienza che attraversa lo spazio, lasciando tracce dei propri passaggi. Come le diatomee, l’opera parla di adattabilità, resilienza e trasformazione continua dell’essere.


In De Molfetta la montagna diventa carne; in Kuruvilla il quotidiano si traveste da sport estremo; in Di Gennaro l’augurio patriottico si fa organismo fragile. L’ironia qui non alleggerisce: scardina i codici della performance e li rende visibili, rivelando quanto il gesto atletico sia costruito, caricato di aspettative, continuamente esposto al fallimento.

Accanto a queste tensioni pubbliche emergono zone più intime.
Nei volti feriti di Eleonora Federico, nel silenzio stratificato di Kazuto Takegami, nei sogni retroattivi di Mikelle Standbridge, il corpo appare dopo l’impatto, quando l’azione è finita e resta solo la memoria del limite attraversato. Non c’è vittoria né sconfitta: solo una soglia instabile in cui l’identità si ricompone.

La figura atemporale di Grimoldieu, che attraversa le montagne porta una fiaccola che unisce fatica, ascesa e memoria collettiva. Il bastone sdoppiato e la tecnica ibrida sospendono il tempo tra destino e identità. L’equilibrio sospeso di Pozzoli, Il corpo in fili metallici è sospeso su un asse minimo, in equilibrio estremo tra caduta e controllo.
L’ombra, parte dell’opera, amplifica lo scarto tra realtà e percezione, rendendo visibile la tensione del vuoto. Nell’opera di Priori, La luce fluorescente rivela una neve che cade, trasformando il paesaggio in una visione intermittente. Il blu e i segni stratificati evocano gelo, rischio e memoria del passaggio, senza narrazione sportiva. I volti frammentati di Samar emergono come campi di tensione emotiva, tra contatto e dissoluzione. L’essere amanti diventa una forma di rischio e di resistenza, dove tutto è ancora possibile. Visioni circolari filtrate da acqua e interferenze trasformano il paesaggio di Gaffurini in uno sguardo instabile. L’acqua assorbe e dissolve i confini tra naturale e artificiale, rendendo lo spazio fragile e poroso. Le punte affondate nel ghiaccio e la sfera con il fiocco di neve di Rocco Tanica costruiscono immagini di equilibrio precario e attesa. Il corpo non conquista lo spazio, ma lo abita come luogo fragile, tra grazia, rischio e sospensione. Le traiettorie urbane di Uberto costruiscono un paesaggio di tensioni in cui ogni corpo è sempre in relazione con qualcosa che può cedere.

La mostra non separa Olimpiadi e Paralimpiadi perché, qui, le categorie perdono significato.
Quando il corpo è messo alla prova, ciò che conta non è la norma ma la relazione: con la gravità, con la superficie, con il rischio, con l’altro. In questo campo condiviso il corpo non è più misurabile: è esperienza.

On Edge non propone un’immagine unitaria dello sport.
Costruisce, negli spazi de Gli Eroici Furori, una zona di instabilità percettiva in cui il visitatore è chiamato a trovare il proprio equilibrio, a sentire il peso, l’attrito, la sospensione. Non c’è una traiettoria da seguire né un risultato da raggiungere.

Solo la condizione di essere, insieme, in bilico.