Matteo Negri: “La mia scultura tra Lego, bandiere e l’urto della realtà”

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M.Negri.Meanwhile series. View of the artist's studio in Cormano, Italy,2024.Credits E.Datrino

All’anagrafe Matteo Francesco Negri, classe 1982. Teo Negri per tutti. Diplomato al Liceo Artistico Sacro Cuore di Milano, laureto in Scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera con il Prof. Gallerani con una tesi monografica su Tony Cragg con la Prof. Pontiggia. Vive a Milano, zona Affori, con sua moglie Cecilia e quattro figlie: Teresa, Matilde, Giorgia, Maria.  L’abbiamo stanato dal suo studio a Cormano (Mi), abitato dalla luce, dove lavora meticolosamente  dalle 9 alle 18  ogni giorno.

 Quando hai scelto di fare lartista e perché?

A 17 anni h capito che disegnare e dipingere era la cosa che mi interessava di più e mi riusciva meglio. Un professore dell’epoca, Luca Doninelli mi portò a conoscere Giovanni Frangi e a visitare il suo studio. In quell’incontro ho capito che avrei fatto l’artista. Volevo competere con quelle opere, con quel talento e con quell’intensità. Gli anni dell’Accademia sono stati una messa alla prova di questa intuizione, non facile ma felice. Ho scoperto che l’arte è tecnica severa ed è anche dialogo costante, in cui è fondamentale l’appetito dell’artista, in primis del cervello.

Quando e perché hai scelto i materiali plastici  oltre alla ceramica e alla resina ?

Mentre lavoravo le ceramiche tra il 2006 e il 2009 ho sperimentato diversi composti in uretano e in silicone dato che mi interessava una materia informe e colorata, e i materiali sintetici hanno questa caratteristica istantanea e fredda che mi intrigava. A me è sempre piaciuto sperimentare, sporcarmi le mani, così a volte le ideuzze arrivano e non sai bene perché, però puoi intercettare delle cose interessanti sperimentando. Ci sono momenti ad esempio, in cui mi trovo ad osservare delle cose e lì scatta un flash in cui mi dico: “ Ecco, questo è quello che cercavo”. Da questo furto-o gentil dono- inizio il lavoro.

 Che importanza ha il quartiere in cui si colloca il tuo grande atelier ?

Qualche anno fa ho traslocato il mio studio da via Mac Mahon a Milano, alla ridente Cormano, il primo comune fuori Milano verso Nord Est, noto ai più per la residenza del Manzoni. Il nuovo atelier è immenso e molto luminoso…me ne sono innamorato a prima vista. Cormano è una piccola città che si affaccia sul Parco Nord, il parco pubblico più incredibile di Milano che attraverso tutti i giorni per raggiungere lo studio. A me piace questa situazione, è a misura d’uomo, a un passo dalla città. Questo “pendolarismo” mi ha permesso di apprezzare di più Milano, vivendola da una certa distanza.

Forme, colori e titoli che funzione hanno in rapporto allo spazio?

Mi piace fissare degli abbinamenti, quando li trovo. A volte li uso nei titoli come incipit per la lettura dell’opera. Per esempio i “PianoPiano” sono sculture in ferro e vetro composte da due piani che si intersecano , da qui il titolo appunto, ma anche perché in fase di montaggio devi fare piano, molto piano, piano-piano. La serie di opere su alluminio con pellicole, le ho chiamate “Meanwhile”, perché descrivono l’attimo in cui chi osserva l’opera si ritrova riflesso nell’opera e scopre nel riflesso anche una geometria tracciata dai colori. Quindi ci sono più momenti, nello stesso istante, che coesistono.

Agli esordi eri riconoscibile per bizzarri motori e ingranaggi macchionsi, poi la svolta minimalista, con  la mostra Diciassette  sculture a colorinella Galleria Lorenzelli, a cura di Ivan Quaroni a  Milano (2017), cosa è successo?

Mi rendo conto che in me coesistono diversi linguaggi e quindi grammatiche formali, che corrispondono a interessi differenti. Da una parte mi affascina una scultura narrativa, classica diciamo, come per i motori o le mine ad esempio. Questa scultura ha bisogno dell’ampiezza delle parole, della profondità e della concretezza della materia, di buchi, di superfici che si possono corrodere, oserei dire di una materia che sente il gesto e accoglie quell’inquietudine. Dall’altra, seguendo un certo inanellarsi di riflessioni e sperimentazioni sull’intersezione dei piani e dei materiali specchianti, sono finito nel solco del minimalismo, aggiungendo quel calore e quell’interazione che caratterizza il mio lavoro. L’anno scorso ho esposto a Villa Manin con Dan Graham, Robert Irwin e Petra Blaisse e mi sono stupito di come il dialogo tra noi fosse così intenso, una bella soddisfazione.

I Lego erano diventati il tuo materiale plastico, poi perché li hai abbandonati?

In primis il Lego è stato la scoperta di una matrice geometrica. Un punto che definisce lo spazio e ugualmente genera un volume. Così, per circa 6 anni, ho indagato la spazialità, riformulando la forma del lingotto in innumerevoli variabili. In particolare ho approfondito l’idea dello spazio verticale, riprendendo la formula del volume a parete, tanto cara allo spazialismo italiano. Verso il 2017 mi sono accorto che non avevo niente da dire in più sul tema e che mi stavo ripetendo, mentre altre questioni mi intrigavano di più.

Le ultime installazioni e sculture sono concepite con maggiore precisione geometrica, come riveli in Flase Flages, dai bordi sfumati, cosa vuoi comunicare?

Ho iniziato a sfornare bandiere nei primi mesi dell’invasione Russa in Ucraina. Ho trasportato su tessuto poliestere alcuni disegni preparatori tramite stampa per sublimazione. Sono bandiere con colori miei, sono inedite e vivaci, cucite e ricamate sui bordi. Avevo voglia di mettere in relazione il mio lavoro con la realtà dei fatti quotidiani, usando questo simbolo-la bandiera- che si attiva e riattiva costantemente e che mi sembrava usato per negare l’esistenza libera e politica delle persone e delle nazioni. L’anno scorso in San Salvador, con la Fondazione CMS nel quartiere di Zacamil, ho disegnato una bandiera nuova del quartiere pensandola e progettandola con i ragazzi della comunità, è stata una rivoluzione per me. Ho visto che la cultura è il primo strumento di pace, dà voce all’esperienza delle persone e porta al confronto. Abbiamo appeso la nuova bandiera in tutto il quartiere e abbiamo fatto una grande festa con tutti, giovani e vecchi, mi commuovo quando ci penso.

Tra i protagonisti del Minimalismo americano, a quali ti ispiri in particolare?

Ho collaborato con SoLeWitt a 25 anni e questo mi ha molto influenzato. Differentemente da quello pensavo, il suo era un lavoro del tutto artigianale: dal disegno al dettaglio, una rivelazione. La precisione maniacale per il processo e per la tecnica..”Gott ist im Detail” (cit) !! Negli ultimi viaggi in USA ho riscoperto Larry Bell, un gigante da noi poco conosciuto.

Lavori per te stesso o in funzione di una mostra ?

Per lo più lavoro su progetti singoli personali, che normalmente sfociano in mostre. A 43 anni mi è chiaro che se non ho carta bianca sul mio operato non lavoro bene.

Cosa presenti a Milano nella galleria ORMA nella mostra TEXT ME, WHEN YOU GET HOME”  con Jan Salamente, artista  brasiliano, a cura di Matteo Bergamini ?

Io presenterò le “Boe”, una nuova serie di sculture in bronzo nichelato. Sono degli assemblaggi di stampi di oggetti fusi in bronzo a cera persa, che si “accrocchiano” su una canna di bambù di circa 2metri e mezzo, sfidando la verticalità e la precarietà dei volumi sospesi a diverse altezze. Sono come delle poesie, ognuna racconta a modo suo la precarietà del nostro tempo, la vulnerabilità di questa vita (quella dei migranti ma anche la mia) che nel difficile viaggio irto e aspro cerca una meta, un arrivo, una casa, una speranza che si manifesta. Sulla cima delle boe ci sono bandiere, stoffe, cappelli e tutta una serie di elementi bloccati nel loro  movimento nel vento, come a definire un preciso fermo immagine in divenire. E’ stata una avventura tecnica, resa possibile dal supporto del fantastico team della Fonderia De Andreis di Rozzano.

Come nasce la mostra di due artisti così diversi e quali sono i temi e gli obiettivi che avete condiviso?

La mostra è stata una grande pensata di Barbara Magliocco, la direttrice della Galleria Orma di Milano. E’ stata subito accolta con empatia dal curatore Matteo Bergamini, che ne ha tratteggiato una via critica e narrativa che mi ha trovato complice. Io e Ian, senza conoscerci e con due età diverse, abbiamo approcciato in modo simile il nostro tempo, non con gli stessi risultati ma con una visione che ha dei tratti originari comuni.

Come ti sei relazionato con Ian Salamente,  pittore brasiliano che spone in Italia per la prima volta?

Non ci siamo mai visti né parlati. Spero che riesca a venire dal Brasile per la personale, così lo conoscerò.

Con quali gallerie italiane e straniere lavori?

In Italia lavoro a Milano con la Galleria Orma. In Austria lavoro a Vienna con Smolka Gallery.

Hai esposto all’ estero, quali criticità hai trovato nella tua ricerca di gallerie, collezionisti e mercato?

Negli ultimi venti anni ho avuto la fortuna di collaborare con tantissimi professionisti in tutto il mondo. Da ognuno ho trattenuto qualcosa come l’eleganza e il melting pot dei salotti Parigini in cui mi sono intrattenuto con la Patricia della Galerie 208, l’idea di arredare lo spazio di Tony nella sua galleria di HongKong, la irreprensibile tenacia viennese Elisabeth di Smolka, il mondo così esplosivo e diverso del Brasile con cui sono stato di recente con Barbara di Orma. Ogni mercato è una messa alla prova, è utile per crescere.

In quale città vorresti vivere per un po’ di tempo per ampliare gli orizzonti e trovare nuove opportunità?

Andrei di corsa a Los Angeles, anche Città del Messico o SaoPaulo. Mi vedo bene anche a Caglio, sopra il lago di Como.

Qual è il ruolo della scultura nellepoca dellA.I e della cultura digitale?

La scultura fa i conti veri con il corpo, tutto il resto è noia.

Quali  sono le mostre  italiane e straniere che hanno inciso  sulla tua ricerca artistica?

A 16 anni la visita Firenze con la Prof.Bolzoni, poi Beys al Kunstmuseum di Basilea a 20 anni, Piotr Uklanski nel 2018 da Gagosian a New York, Damien Hirst alla Tate Gallery di Londra, Mona Hatoum al Centre Pompidou a Parigi, David Hockney al Royal Academy a Londra, Jeff Koons a Punta della Dogana a Venezia, di recente LaChola Poblete al MASP di SaoPaulo.

Qual è il tuo scultore italiano e straniero preferito vivente?

Mi piace il lavoro di Ludovico Bomben di Pordenone e sto seguendo un giovane promettente di Milano Andrea Fais, molto bravo.

 Cosa consigli a un giovane che vuole fare lartista?

Divertiti!! Vai a vedere i Musei!! E poi vedere e rivedere spesso “Pulp Fiction”, meglio se con degli amici.

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