La pittura di Aldo Damioli opera da tempo su un piano di slittamento percettivo, dove la contemporaneità viene osservata attraverso una distanza consapevole. Il suo lavoro sul paesaggio urbano si fonda su un cortocircuito temporale che assume la storia della pittura come strumento critico, non come citazione. Le metropoli dipinte dall’artista — da New York a Parigi, da Pechino a Milano — emergono attraverso la grammatica del vedutismo settecentesco, in una scelta volutamente inattuale che sottrae l’immagine a ogni pretesa di adesione mimetica al reale.
La mostra Le grand Jeu. La magia del quotidiano, presentata alla Galleria Vik Milano, segna tuttavia un passaggio significativo all’interno della ricerca di Damioli. Il paesaggio cede il passo alla figura umana, protagonista di una serie di scene sospese ed enigmatiche che introducono una diversa qualità del tempo e dell’azione. I personaggi dipinti dall’artista sono colti in gesti lontani da qualsiasi idea di produttività o funzione: azioni minime, rituali, ludiche, che si sottraggono alle logiche dell’efficienza per aprirsi a una dimensione simbolica e sensoriale.
Le figure di Damioli abitano un tempo indefinito, sospeso, in cui l’azione perde il proprio scopo immediato e si carica di una densità legata all’attesa, al rito, alla possibilità di un’esperienza altra del quotidiano.
Le immagini presentate in mostra mettono in scena personaggi colti in momenti di concentrazione assoluta: acrobati, cartomanti, illusionisti, figure femminili immerse in pratiche divinatorie o in esercizi di destrezza fine a sé stessi. In La destrezza due figure condividono un gesto che è insieme tecnico e teatrale: i cerchi metallici tracciano una coreografia rigorosa, mentre lo sfondo rosso, dichiaratamente artificiale, accentua la dimensione performativa della scena. Il corpo diventa strumento, misura, rito; l’azione non produce nulla se non la propria perfezione momentanea.
In Le carte il gesto illusionistico si fa esercizio mentale. La sequenza ordinata del mazzo sospeso tra le mani del prestigiatore annulla il tempo dell’azione e lo trasforma in immagine assoluta, cristallizzata. L’abilità non stupisce, non intrattiene: si offre come pratica silenziosa, come sapere incarnato che non chiede utilità né riconoscimento.
Ancora più esplicito è il riferimento alla dimensione simbolica in Madame Sosostris, dove la cartomante, figura già carica di stratificazioni letterarie e culturali, viene collocata in uno spazio domestico attraversato da raggi luminosi innaturali. Il tavolo, il gatto nero, la piramide che irradia luce trasformano l’interno borghese in un luogo di soglia, dove il quotidiano si apre a una dimensione enigmatica. La divinazione non promette rivelazioni, ma sospende il presente, lo rende poroso.
Come osserva il curatore Alessandro Riva, Le grand Jeu rimanda esplicitamente alla rivista omonima fondata tra il 1927 e il 1928 da un gruppo di giovanissimi intellettuali francesi, per i quali il “gioco” costituiva un banco di prova conoscitivo, capace di incrinare le strutture stabilite del pensiero e della percezione. In questa stessa linea si colloca la pittura di Damioli: non come racconto del mondo, ma come esposizione delle sue tensioni più segrete. L’arte si configura così come uno dei grandi artifici simbolici in grado di agire sull’immaginario, incidendo sulle coscienze, sugli stimoli, sui confini stessi del visibile.
In un presente segnato da conflitti, paure diffuse e accelerazione continua, Le grand Jeu. La magia del quotidiano suggerisce un diverso rapporto con il reale, fondato sull’esperienza, sull’enigma e sulla sospensione. Un grande gioco, appunto, in cui il quotidiano si carica di una magia discreta, silenziosa, mai spettacolare, ma profondamente necessaria.
















