Fernando De Filippi: “La mia opera più bella in un cimitero di provincia…”

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Fernando De Filippi, nato a Lecce nel 1940, è un mito vivente. Giunto a Milano carico di utopie e ambizioni nel 1959 in Lambretta, ha speso finora 75 anni della sua caleidoscopica vita per inseguire una chimera: “fare un’opera perfetta”. Ha iniziato a studiare arte a 11 anni, nella scuola media allora annessa all’Istituto d’arte a Lecce, poi il Liceo, l’Accademia, la ricerca, l’insegnamento, la direzione delle Accademie di Brera dal 1991 al 2008 e di Verona dal 2009 al 2011. Nel corso degli anni è cambiato tutto, ma non la sua ricognizione sul linguaggio visivo come critica sociale e tensione estetica. Qui ci racconta la sua ultima grande opera: una spettacolare Via Crucis in ceramica, installata nel cimitero di Matino, nel cuore del Salento. “Ho sempre cercato di comunicare anche con chi non ha mai messo piede in un museo”.

Come nasce il progetto “L’Albero della Via Crucis”, concepito come completamento d’arredo del lato est del Camposanto della città di Matino (Lecce), che sarà inaugurato il 20 luglio?
Qualche anno fa, insieme ad un gruppo di persone eravamo a Matino, un bellissimo borgo del sud Salento nei pressi delle mura di cinta del locale cimitero. Il muro presentava 14 arcate vuote, tante quante le stazioni della Via Crucis. Nacque così l’idea di realizzare una serie di ceramiche da inserire nelle arcate vuote. Tra progettazione e realizzazione ci ho lavorato per oltre 3 anni. Nel frattempo c’è stato anche l’intermezzo della pandemia. Le opere sono state realizzate su 14 lastre di grandi dimensioni (cm 240×180 ciascuna) in gres porcellanato. Il disegno rievoca le forme di una serie di alberi simmetrici, nella cui chioma sono contenute le storie della passione.

È la prima volta che affronti un tema religioso nell’ambito di un progetto di Arte Pubblica?
Sì, ma non ho voluto realizzare una delle tante versioni di un soggetto che è tra i più presenti nell’iconografia religiosa. Ho perciò deciso di collegarmi ad un momento particolare della mia ricerca. La rappresentazione dell’albero simmetrico, innaturale, che rappresenta nello stesso tempo sia l’albero che una sorta di pianta del cervello umano, nel tentativo di realizzare qualcosa di simile alla visualizzazione del pensiero. L’albero, simbolo dell’unione fra la profondità della terra e lo spazio sconfinato del cielo, mi è sembrato il soggetto più adatto a contenere le storie della Passione.

Sei nato a Lecce, ti sei trasferito in Lambretta a Milano nel 1959, dove vivi e lavori. Cosa rappresenta per te questa committenza da parte di un “matinese acquisito”, come ti definisce Giorgia Toma, sindaca della città di Matino?
La memoria è una connessione tra situazioni e realtà differenti, nello spazio e nel tempo, e in primo luogo tra oggetto e soggetto. Oggetto che nel soggetto trova sostanza, con tutte le vibrazioni emotive, i trasferimenti, le metamorfosi del vissuto.

La tua originale Via Crucis e Resurrezione del Cristo, installata in 16 grandi icone in gres porcellanato lungo il muro perimetrale del nuovo cimitero di Matino, a cosa si ispira? Perché hai scelto una figurazione innaturale, il blu come colore dominante e un’estetica neoclassica?
I disegni realizzati in Blu di Albisola seguono la tradizione di una delle più antiche fabbriche di ceramiche in Italia. Albisola e la Liguria sono state come la mia terza casa, dopo Lecce e Milano. Ho passato diversi anni e molte estati nella Riviera di Ponente. Tra Calice e Albisola è passata molta storia del Novecento italiano, da Fontana a Lam, Jorn, Scanavino e tantissimi altri. E poi soprattutto, il blu e il bianco per me sono i colori della luce.

L’Albero è il simbolo della vita, della congiunzione tra terra e cielo, tra spirito e materia. In questo caso potremmo dire anche tra pittura e architettura?
L’albero è sempre stato considerato un simbolo sacro, simbolo dell’unione fra la profondità della terra e lo spazio sconfinato del cielo; simbolo delle divinità progenitrici dell’umanità. L’albero come “immagine del mondo”, che occupa dall’alto in basso l’intero spazio cosmico, del quale attraversa e mette in relazione i tre piani: Cielo, Terra e Sottosuolo. I suoi rami sono l’aria, il fuoco e l’acqua. L’albero è l’immagine del mondo, i frutti la conoscenza.

Negli anni Settanta la palma, simbolo ideologico-sociale; negli Ottanta l’albero diventa memoria, cultura, estetica. L’ideologia ha fatto spazio al citazionismo nostalgico e alla poesia?
L’albero ha sempre avuto un posto centrale nella simbologia. Il tutto diviene una nuova forma rappresentativa legata a un materiale autobiografico che vive con me e con le mie esperienze. Il problema è in che modo si riesca a far coesistere, nella stessa opera, la teoria e la prassi, l’aspetto formale con quello critico.

Quanto ha inciso nel tuo lavoro di Arte Pubblica il tuo diploma in scenografia all’Accademia di Brera nel 1964?
Chissà? I miei studi sulla scenografia seguivano un’intolleranza alle regole della pittura accademica. Ho sempre cercato di comunicare anche con chi non ha mai messo piede in un museo. L’ignaro passante si trova davanti a qualcosa di sostanzialmente diverso dalla consueta comunicazione visiva.

Dal mito al sacro: come hai vissuto questa “conversione” in cui tutto sembra sospeso in una tridimensionalità illusoria?
Nelle chiome dei miei lavori si realizza una sorta di visualizzazione del pensiero. Manipolando la mescolanza dei contrari, ho cercato di proporre percorsi narrativi che richiedono una partecipazione attiva da parte del fruitore.

L’opera cambia di notte, illuminata, o vive solo nello sguardo diurno?
Non saprei. L’autore non è mai sereno e distaccato davanti alla propria opera.

Che rapporto hai con la tecnologia nell’epoca dei social media?
La ricerca artistica è un susseguirsi di tesi e antitesi. Ho cercato di usare anche le nuove tecnologie, senza mai negare le origini.

Ti sei mai sentito in crisi, senza ispirazione?
A parte qualche concorso, ho sempre lavorato per me stesso. L’artista visivo oggi lavora per un bisogno interiore, non per una committenza. Ho distrutto opere appena fatte, soprattutto in gioventù.

Perché si confonde l’Arte Pubblica con la Street Art?
La Street Art è un fenomeno sociale, più illustrativo. L’Arte Pubblica è una branca della ricerca artistica che sposta i luoghi della fruizione. È una forma di infiltrazione nel quotidiano, dominata dalla persuasione.

Mescoli mito, sacro, femminile, arte, ideologia, letteratura: cos’è l’arte per te oggi?
L’arte è sempre in evoluzione, come la mitologia personale che porto con me. Non può esserci una definizione assoluta nel tempo. La mia è stata una testimonianza dei fenomeni politici e sociali del Novecento. Esiste un tempo per la lotta, e uno per l’amore e la poesia.

Hai diretto due Accademie: secondo te, il talento esiste o si impara a fare l’artista?
Entrambe le cose. Duchamp ha cambiato tutto. Le Accademie restano una palestra di dibattito fondamentale per iniziare un percorso.

Cosa consigli a un giovane che vuole diventare artista?
Di iniziare frequentando le Accademie. Sono ancora, spero, luoghi di ricerca e confronto.

Che mondo immagini per i tuoi nipoti e gli adulti di domani?
Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato il pensiero. Credo che il pensiero artistico saprà adattarsi, come ha sempre fatto.

Hai usato l’Intelligenza Artificiale? Sei pro o contro?
Sono stato tentato, ma è difficile per me. Sono ancora legato al lavoro manuale e al sogno di unire teoria e prassi.

La bellezza è ancora un obiettivo dell’arte contemporanea?
Ci saranno nuove forme di bellezza. I generi cambieranno. Per quanto mi riguarda, sono felice di aver speso anni della mia vita a realizzare questa Via Crucis.