Dentro una favola: ecco perché la Giostra Cavalleresca è una cosa seria

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La Giostra Cavalleresca di Sulmona è una rievocazione storica di un evento che si svolgeva a cavallo tra il Medioevo e il Rinascimento. I cavalieri si sfidavano lancia in resta a colpi di botte su un bersaglio umano detto “Il Mantenitore” che trafiggevano in vari punti del corpo. Il tutto avveniva al cospetto di sua maestà la regina Giovanna d’Aragona.

A fare da cornice alla gara equestre oggi c’è uno straordinario corteo che consente ai turisti presenti di calarsi in una realtà davvero fiabesca in cui dame e cavalieri, alabardieri e cantastorie, tamburini e falconieri si accompagnano per le vie del centro storico della cittadina abruzzese.

Chi scrive è una bambina mai cresciuta che sovente si lascia cullare da fantasie principesche e che non poteva giammai rifiutare l’opportunità di indossare i preziosi panni di una dama del Quattrocento ma, poiché non tutto ciò che luccica è oro, vi voglio raccontare i retroscena di un evento meraviglioso quanto impegnativo nella sua realizzazione.

Ciò che salta all’occhio ad una sparuta giornalista in vena di sognare è innanzitutto la serietà con cui la Giostra Cavalleresca, nella fattispecie il corteo storico, viene considerata. Pertanto nonostante il caldo di fine luglio eccomi puntuale nella sala dell’ Auditorium dell’Annunziata pronta per la vestizione solenne. La sala pullula di pulzelle acconciate in maniera sofisticata con fili di perle tra i capelli. Avranno in media un quarto di secolo di età e sono simpatiche e sorridenti. Sono magrissime e per questo motivo sfoggiano dei marsupi di cui capirò presto l’utilità. Io ho giusto i capelli puliti. Nono oso indossare subito l’abito che mi spetta per paura di rovinarlo e soprattutto di soffocarci dentro prima del dovuto, tuttavia sono costretta ad anticipare i tempi. La bravissima Evelina, volontaria come pure le sarte che hanno realizzato tutti gli outfit, già perché ognuno è composto da vestito, mantello e tiara o copricapo, mi acchiappa al volo per dare un senso alla mia chioma e dopo una manciata di minuti mi ritrovo costellata di perle e passamaneria dorata tra i capelli raccolti sotto la tiara.

Il sogno comincia a prendere forma e io non sono più io ma una protagonista del Robin Hood di Walt Disney e della Bella Addormentata.

Comincio a percepire l’arduità dell’impresa quando vengo invitata ad andare in bagno, perché poi, con tutta quella stoffa addosso, non sarà né opportuno né facile battere in ritirata in più non potrò bere proprio per evitare stimoli indesiderati e soprattutto perché non ho la minima idea di quanto sarà lunga la passeggiata che mi aspetta.

Dopo circa un paio di ore dal mio arrivo, dall’arrivo dei cavalieri e degli sbandieratori e di tutti i protagonisti della corte finalmente si esce dall’ Auditorium. Io da neofita penso che quella sia la partenza del corteo e invece siamo solo alla prima lunghissima sosta sotto il sole a picco per posizionarci correttamente. Una mano amica mi porge una caramella e mi invita a prenderne più di una nel caso mi venga un mancamento durante la sfilata. La situazione comincia a farsi oscura e ancora non siamo partiti. Quando finalmente uno squillo di trombe annuncia la nostra uscita io alzo il volto austero e inizio ad incedere perfettamente a mio agio nelle vesti aristocratiche. Peccato che le vesti devono essere lunghe, i piedi non si devono assolutamente mostrare e ciò significa ben presto che evitare di inciampare sarà il mio compito principale per le due ore che seguiranno. Mentre sfiliamo la folla di curiosi e turisti, che quest’anno è davvero numerosa, si accalca ai lati del corso scattando foto a più non posso. Il colpo d’occhio deve essere maestoso. Io indosso l’abito della prima regina da quando la giostra riprese ad esistere negli ormai lontani Anni Novanta del secolo scorso e come me ci sono le regine delle edizioni precedenti sfoggiando abiti indossati a suo tempo da Maria Grazia Cucinotta e Simona Ventura.

Quest’anno ad impersonare Giovanna d’Aragona c’è una simpaticissima Nancy Brilli in rosso e viola, i colori che simboleggiano la lotto contro la violenza sulle donne. Un’idea dello stilista Alessandro Pischedda. La regina in quanto tale ha però un sacco di privilegi che le dame come me si possono beatamente scordare. Innanzitutto cammina molto meno, ha i paggi che le sostengono l’abito mentre io rischio di strapparmelo di dosso ogni cinque metri e una volta giunta in Piazza Maggiore, dove si svolge la competizione equestre, si accomoderà sul trono. Insomma, dietro impassibili sguardi aristocratici scendono lacrime di vero dolore. Una dama davanti a me, che indossava il mantello a coda di pavone, aveva le piaghe causate dalle decorazioni preziose che premevano sulle spalle a causa del peso. Io avevo le stanghette della tiara che ad ogni passo si conficcavano sempre meglio nella carne dietro alle orecchie. Quando si dice: è tutta scena! Ma che scena! Io non sapevo se voler correre dietro ad un anfratto e spogliarmi o restare vestita così per il resto della vita!

Dopo circa un’ora di cammino, tra soste e pause calcolate per permettere agli sbandieratori di tutti i borghi e sestieri di venire inglobati insieme alla rappresentanza dei nobili, finalmente c’è stata la cosiddetta sosta dell’acqua, una sorta di punto di ristoro come avviene nelle maratone. Solo acqua però ci era concessa e giusto un’altra caramella che io ho prontamente carpito da mani generose per evitare il collasso imminente. Allorquando abbiamo girato l’angolo per riposarci ecco da sotto le vesti spuntare i famosi marsupi con le sigarette e i famigerati smartphone. Mi pareva strano che nulla fosse stato ancora documentato. E dunque l’arciere in posa con la dama, le dame amiche per la pelle, i tamburini con i trombettisti. Io che per darmi un contegno mi sono mestamente appoggiata ad un pilastro mentre le ragazze più scaltre si sono sedute sui gradini dei negozi chiusi ciarlando e lamentandosi ma non troppo. Per loro, fanciulle locali, l’ultimo fine settimana di luglio è un momento atteso tutto l’anno per poter sfilare davanti alla folla da protagoniste. Finalmente il corteo riparte e, forte del fatto che finalmente ci stiamo recando verso la piazza, mi faccio spuntare un sorriso sul viso. Le dame devono mantenersi serie ma quelle che sfilano sole ogni tanto possono concedere un accenno di benevolenza e io ne approfitto: del resto quando mi ricapita di vivere una favola così? L’atmosfera sulmonese è davvero magica alle porte di agosto anche perché l’architettura medievale che contraddistingue la città di Ovidio facilita l’amalgamarsi di tutte le componenti : sportiva, musicale, decorativa, storica. Alla fine, dopo un lungo ed estenuante tragitto, dove il caldo rappresenta il male minore, il corteo giunge in piazza e saluta la folla acclamante che riempie gli spalti all’inverosimile. I rappresentanti dei borghi e sestieri scalpitano affinché il Mastro Giurato, Andrea De Capite, l’erede dell’ultimo giudice di gara risalente al 1643, ma lui è giovane ed ha la voce da speaker radiofonico, annunci l’inizio della giostra. Finalmente mi accomodo nella tribuna d’onore accolta dal presidente Maurizio Antonini sorridente e sornione sotto i suoi baffi, un grande esempio di savoir faire, in grado di coordinare maestranze, manovalanza, volontari e autorità senza fare una piega. I primi cavalli, tutti purosangue, vengono invitati alla lizza dal Mastro Giurato, parte il conto alla rovescia e poi via! L’edizione della ripartenza è iniziata! Vincerà nuovamente il Borgo di San Panfilo! E io posso dire che acciaccata ma sorridente c’ero! Perché la fiaba non è realtà e come per tutte le cose speciali i ricordi che restano sono quelli belli!

Il 6 e i 7 di agosto si svolgerà la versione europea dell’evento, siete tutti invitati nella Sulmona fata ma io purtroppo non sfilerò.

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