Cos’hanno in comune Piero Manzoni, Francis Bacon, Lucio Fontana, Marina Abramovich, Tracey Emin, Nietzsche e Sartre? Per quanto ci si possa arrovellare il cervello facendo sfoggio delle nostre conoscenze profondissime intorno all’arte contemporanea, la risposta alla fine è facile e sorprendente: la religione.
Sì, perché «l’arte è sempre un fenomeno di natura religiosa». E vale anche per i mangiapreti più famosi nella storia delle arti visive. In effetti, quel “tagli” di Fontana non potevano essere una soglia per accedere a un non misterioso al di là? E i letti sozzi e disfatti della Tracey Emin non erano un’installazione laicista delle reliquie sacre? E Piero Manzoni, dopo aver fatto bollire delle uovo e averle offerte agli astanti in una specie i liturgia laica, non disse che «l’arte ha sempre avuto un valore religioso»?
Attraverso un excursus dove la storia si intreccia con la storia dell’arte e degli artisti, Sergio Mandelli dimostra una tesi -ardita per i tempi che corrono, ma filologicamente ineccepibile- per cui quel mistero, quella magia, quelle suggestioni che tanto ci affascinano quando ci troviamo al cospetto di un’opera d’art contemporanea sono gli effetti di quello che l’arte contemporanea è nella sua essenza: un fenomeno di natura religiosa.
Vale per l’artista italiano Davide Coltro, da sempre affine allo spirituale nell’arte e vale per il giamburrasca degli (ex) Giovani Artisti Inglesi Damien Hirst, quello degli squali in via di putrefazione.
Sergio Mandelli, “gallerista e divulgatore d’arte”, come leggiamo nella sua bio in quarta di copertina, autore della storica rubrica web “Praline. Prelibatezze dal mondo dell’arte“, ce lo dimostra nel suo saggio che gli amici Livia e Diego di Vanilla Edizioni hanno appena ripubblicato: “Il senso dell’opera d’arte e il ruolo dell’artista nel ventunesimo secolo”.
In questo breve ma denso saggio Mandelli affronta una delle questioni più dibattute e, al tempo stesso, più elusive del nostro tempo: che cos’è l’arte contemporanea? Quale funzione può ancora svolgere l’artista in una società dominata dal mercato, dalla comunicazione verbo visuale ipertrofica dei tempi moderni?
L’autore costruisce la sua riflessione muovendosi lungo un asse storico e concettuale ampio, che va dalle pitture rupestri di Lascaux al Novecento e oltre, cioè oggi, adesso. Il punto di partenza è una domanda radicale: perché l’uomo crea opere d’arte? Mandelli individua alcune costanti profonde che attraversano epoche e stili diversi, sostenendo che l’arte non può essere ridotta né a puro esercizio estetico né a semplice prodotto culturale o commerciale.
LEGGI ANCHE: Praline in tv dal mondo dell’arte in formato maxi
Nel XXI secolo, secondo Mandelli, l’artista è chiamato a interpretare la complessità del presente, mantenendo un dialogo consapevole con la tradizione storica e opponendosi alla perdita di senso che spesso caratterizza il sistema dell’arte contemporanea.
Come ogni opera dell’ingegno che si rispetti, questo saggio presenta una linea e una tesi chiare fin dall’inizio, per cui quello che Vasilij Vasil’evič Kandinskij chiamava “lo spirituale nell’arte” è una costante di tutta l’arte, comprese le espressioni laiche o laiciste del secolo breve e del terso millennio che stiamo vivendo.
Il saggio si distingue per un tono argomentativo chiaro e accessibile, pur senza rinunciare alla profondità storica e teorica.
Il libro di Mandelli si propone dunque come una lettura utile non solo per artisti e addetti ai lavori, ma per chiunque voglia comprendere il ruolo dell’arte come esperienza umana fondamentale, capace ancora di produrre significato in un’epoca di cambiamento continuo.














