Paolo Bordino, in arte Pao, nato a Milano nel 1977, dopo il liceo scientifico ha seguito la sua passione per la musica e ha debuttato come tecnico del suono. Ha poi lavorato in teatro con Dario Fo e Franca Rame e al Teatro alla Scala come macchinista. Questa gavetta è stata, in fondo, la sua vera scuola d’arte, insegnandogli il rapporto con lo spazio, con la scena e con la costruzione dell’immagine. Negli stessi anni, catturato dal richiamo della strada, ha iniziato a intervenire qua e là, trasformando elementi anonimi dell’arredo urbano con piccoli slittamenti ironici in autentiche opere d’arte. Dopo circa vent’anni di lavoro, vive del suo lavoro e oltre agli interventi urbani, murales, progetti partecipati e collaborazioni con aziende, si distingue anche con dipinti che non tradiscono il suo segno giocoso e straniante. Il 28 marzo inaugurerà una mostra personale da Spazio BART a Dalmine: l’abbiamo intervistato in esclusiva prima della sua mostra.
Perché e quando è diventato il tuo “logo”?
Il nome Pao nasce a Londra nel 1999. Una collega di origini africane mi chiamava così: “Pao, you are like my son”. Essendo anche una crasi naturale di Paolo, l’ho sentito subito mio. Mi piace ancora perché è breve, semplice e ha un suono forte. Quando ho iniziato a dipingere in strada, dove lo pseudonimo è una tradizione, è diventato naturalmente il mio nome d’arte.
Dal 2000 hai cominciato con interventi urbani, poi dal 2007 sei passato alla pittura su tela: cosa ti è successo?
Nel 2007 fui invitato alla mostra Street Art Sweet Art al PAC di Milano. Lì mi resi conto che molti interventi urbani funzionavano benissimo in strada, ma una volta tolti dal loro contesto perdevano forza. È stata una piccola crisi, ma anche una svolta. Ho capito che dovevo trovare un linguaggio capace di reggere anche nello spazio del museo. Da lì è iniziata una ricerca più riflessiva, legata alla pittura, allo spazio, alla percezione e al superamento della superficie piana.
Quando e perché hai cominciato a praticare street art?
Ho iniziato nel 2000, in modo istintivo. Non venivo dal writing né dalla cultura hip hop in senso stretto: per me è stata prima di tutto una forma di espressione personale. Milano, in quegli anni, era una città molto viva. C’erano i graffiti, ma cominciavano a comparire anche segni diversi, immagini che volevano parlare non solo a una comunità interna ma a un pubblico più ampio. In quel passaggio stava nascendo la street art milanese.
Che senso ha oggi la Street art?
In un presente dominato da immagini artificiali e informazione continua, la street art conserva un valore molto concreto. È fatta ancora con le mani, nello spazio pubblico, nel luogo dove la vita accade davvero. Interviene sul quotidiano e prova a trasformarlo o almeno a incrinarlo, aprendo una riflessione. Forse oggi ha ancora più senso di ieri.

I tuoi pinguini dipinti su paracarri sono diventati un patrimonio identitario e affettivo: quando nascono e cosa rappresentano?
I pinguini sono stati il mio primo intervento street e sono diventati subito il simbolo del mio lavoro. Restano probabilmente il progetto più iconico che ho realizzato: quello che ha suscitato più affetto e che è entrato nell’immaginario della città. Sono nati per gioco, ma col tempo sono diventati una sorta di animale totemico. Non a caso sono anche il logo del Paopao Studio. I pinguini sono entrati nella collezione del Mudec e, in Triennale a Milano, sono stati esposti anni fa al Museo del Design, sotto la curatela di Alessandro Mendini.
Il tuo debutto ufficiale al PAC con “Il velo di Maya”: significato del lavoro
Il velo di Maya è stato il primo lavoro che ho sentito davvero necessario. Nasce nel momento in cui passo dalla strada al museo e capisco che il mio linguaggio, così com’era, non bastava più. In strada l’immagine deve colpire subito; in uno spazio espositivo, lo sguardo rallenta e osserva. Il quadro è una sorta di autoritratto simbolico: un personaggio in un bosco notturno guarda lo spettatore e rompe la quarta parete. Per me questo passaggio era importante anche perché venivo dal teatro. Qui accade qualcosa di simile, ma in pittura: il personaggio attraversa la superficie del quadro con la mano, come se ci fosse una soglia da superare. È lì che è iniziata una parte importante della mia ricerca.

Chi ha riconosciuto per primo il tuo talento e ti ha supportato?
Franca Rame è stata sicuramente la prima persona che ha creduto in me con una fiducia profonda. Nel percorso poi ci sono stati incontri importanti. Penso a Marco Teatro, artista, scenografo e writer milanese della prima ora, da cui ho imparato molto agli inizi. E penso a Paolo Buggiani, che considero quasi un fratello maggiore: un artista libero e visionario.
Quali materiali e tecniche utilizzi oggi?
La tecnica arriva sempre dopo l’idea. In strada lo spray resta lo strumento più diretto ed efficace. In studio lavoro con acrilici, smalti, stencil, sagome in legno, assemblaggi e inserti tridimensionali. La ricerca lavora proprio su questo: portare la pittura fuori dalla sua condizione più tradizionale e farla dialogare con lo spazio reale.
Definisci in 5 parole chiave l’essenza del tuo lavoro.
Trasformazione, pop, gioco, spazio, percezione. Trasformazione, perché il lavoro nasce spesso dallo spostamento di senso degli oggetti. Pop, per l’immaginario che viene da fumetti, cartoni e videogiochi, ma anche per l’idea di un’arte accessibile. Gioco, perché la componente ludica è fondamentale. Spazio, perché la ricerca porta la pittura oltre il piano. Percezione, perché interessa ciò che altera lo sguardo: ambiguità, illusioni ottiche, slittamenti prospettici.
Quali opere consideri le più simbiotiche con lo spazio urbano?
Mi piacciono soprattutto i piccoli interventi su elementi già presenti nella città: paracarri, cassette elettriche, pali, oggetti funzionali. Quando funzionano bene, creano una specie di glitch urbano: una minima rottura della normalità che sorprende e fa pensare. In questo periodo, ad esempio, sto realizzando un murale alla scuola dell’infanzia di Seregno: lì l’aspetto estetico si intreccia con quello educativo e relazionale.
In quale luogo vorresti intervenire prossimamente e cosa vorresti comunicare?
Parteciperò a un progetto nelle strade di Venezia, una città che considero tra le più magiche. In generale, la street art ha senso quando nasce da un contesto reale e parla alle persone che quel luogo lo abitano. Ciò che cerco di comunicare è semplice ma necessario: un piccolo sollievo, una sospensione, un sorriso.
Cosa è cambiato nel tuo lavoro dopo l’incontro con Laura Pasquazzo?
L’incontro con Laura ha cambiato profondamente la mia vita e il lavoro. Siamo compagni nella vita, genitori, e condividiamo anche il progetto di Paopao Studio. Il nostro è un dialogo continuo tra arte, grafica, idee, organizzazione e visione. Questo percorso con continuità lo devo anche a questa alleanza.
L’arte urbana, quando non è solo decorativa, cosa può fare oggi? E dove vedi i luoghi più vivi a Milano?
La Street art è passata dall’essere percepita come vandalismo a diventare una risorsa per le città. Questo ha portato opportunità, ma anche una perdita di radicalità. Resta però un risultato importante: lo spazio pubblico non è solo funzionale, ma anche luogo di immaginazione e confronto. A Milano ci sono ancora luoghi molto vivi: via Pontano, viale Monza, e i muri intorno al Leoncavallo e via Watteau, una sorta di museo a cielo aperto.

Nel 2011 partecipi alla Biennale di Venezia: cosa ricordi?
Fu un’edizione molto particolare, curata da Vittorio Sgarbi, con un numero enorme di artisti invitati. Partecipai con curiosità, ma anche con lo sguardo un po’ laterale dell’outsider. È stata un’esperienza interessante, anche se non la considero tra le più decisive del percorso.
Vivi e lavori a Milano: è la tua città ideale?
Milano è stata per molto tempo la città ideale. Negli anni Novanta e primi Duemila era più aperta, mescolata e libera, con spazio per creatività, tentativi e incontri inattesi. Negli ultimi anni è diventata più esclusiva, costosa e selettiva. Io continuo ad amarla e a scegliere di restare: il mio nuovo laboratorio sarà ancora a Milano. Ma oggi il rapporto con questa città è meno romantico. Milano offre energia, lavoro, occasioni, ma ti assorbe, misura e mette continuamente alla prova, diventando talvolta una prigione dorata.
A cosa serve la street art?
Mi accompagna da sempre una frase attribuita a Jenny Holzer: la street art è un’arte fatta di nascosto, dalla gente, per la gente, per mostrare quanto belle potrebbero essere le cose. Serve ancora a questo: a incrinare l’abitudine, restituire immaginazione allo spazio pubblico, che troppo spesso viviamo solo come luogo di passaggio. La street art ci ricorda che la città può essere un luogo di relazione, confronto e meraviglia, una sorta di agorà contemporanea.
Su cosa stai lavorando oggi e in che direzione va la tua ricerca?
Negli ultimi anni la ricerca si è spostata sempre di più sul rapporto tra pittura, spazio e percezione. Lavoro su superfici che non siano solo da guardare frontalmente, ma che mettano in crisi il confine tra immagine e oggetto, bidimensione e tridimensione. Il lavoro nasce sempre da un’idea di trasformazione del reale, ma oggi si sviluppa anche in una direzione più riflessiva e stratificata. Accanto ai murales e agli interventi urbani, lavoro su opere in studio e nuovi progetti espositivi. Il 28 marzo inaugurerò una mostra da Spazio BART a Dalmine, in cui l’immaginario pop resta presente, intrecciandosi sempre più con una ricerca sullo spazio instabile, sulla metamorfosi e sullo slittamento percettivo.














