Mariangela Preta l’archeologa che zittisce la propaganda

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Nonostante le polemiche politiche sollevate dalla propaganda politica, il curriculum scientifico e i successi gestionali di Mariangela Preta confermano una nomina basata sul merito. Dalla direzione dei poli museali calabresi ai risultati record di visitatori, la competenza dell’archeologa sfida i pregiudizi dei sinistri.

C’è un’estetica della competenza che, nell’Italia del chiacchiericcio perenne, fatica a trovare cittadinanza. Il caso di Mariangela Preta, entrata nel Consiglio di Amministrazione del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, non è (o non dovrebbe essere) una questione di “nomine” da bar sport politico, ma una riflessione sulla gestione del Sacro. Perché i Bronzi di Riace non sono solo bronzo e piombo; sono l’idea stessa di bellezza che resiste al tempo. E per custodire quella bellezza, serve chi sa maneggiare la terra, non solo la retorica.

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Eppure, il dibattito si è subito incagliato nelle secche della polemica parlamentare. L’onorevole PD Nico Stumpo ha evocato ombre e interrogazioni, come se il merito avesse bisogno di una tessera per essere autentico. Ma se usciamo dal fango della propaganda e proviamo a guardare il curriculum come fosse un reperto da analizzare, lo scenario cambia radicalmente.

Mariangela Preta è un’archeologa che ha bruciato le tappe con la fame di chi sa che la cultura è disciplina, non ozio.
Laureata a Pisa a soli 23 anni con il massimo dei voti, specializzazione e tre master. È il ritratto di una generazione che ha studiato mentre altri occupavano poltrone.
Dal 2004 lavora “pancia a terra” con le Soprintendenze. Ricerca, prevenzione, tutela. Ha sporcato le mani con la materia prima della nostra storia.
Ha preso il Polo Museale di Soriano Calabro — un gioiello barocco — e lo ha inserito nel sistema nazionale. Ha trasformato i Musei Civici di Pizzo nella seconda realtà più visitata della regione dopo Reggio Calabria. Ottantamila visitatori l’anno non sono un’opinione politica: sono un fatto culturale.

E poi c’è il progetto La Calabria delle Donne, una riscoperta scientifica dell’universo femminile che dal locale è diventata modello nazionale sotto l’egida del Ministero per le Pari Opportunità. Se questa non è visione, cos’è?

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È curioso notare come il rigore morale diventi elastico a seconda di chi lo impugna. La politica che oggi grida allo scandalo per una nomina fondata sui titoli, è la stessa che in passato non ha battuto ciglio davanti a parentele e intrecci ben più prosaici. Si evocano i fantasmi della spartizione proprio mentre si tenta di delegittimare un profilo tecnico che ha l’unica “colpa” di essere eccellente al di fuori degli schemi prestabiliti.

È il solito tic dell’egemonia culturale che si sente minacciata: se non rispondi al canone, non esisti. Ma il Cavaliere della Repubblica per meriti culturali non si inventa, si conquista.

Il Museo di Reggio Calabria è un santuario. Chi siede in quel CdA ha il dovere di guardare oltre l’orizzonte della prossima legislatura. La Preta, col suo bagaglio di pubblicazioni, docenze e scavi, incarna quella figura di “tecnico-umanista” di cui il Sud ha disperato bisogno per smettere di essere solo una cartolina ingiallita.

Restituire il merito al centro del villaggio non è un atto politico, è un atto di civiltà. Accanirsi contro una professionista di questo calibro significa, in ultima analisi, avere paura che le cose inizino a funzionare davvero. E nel silenzio solenne dei Bronzi, il rumore della polemica suona solo come un’inutile stonatura.

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