Raimondo Rossi, la fotografia che ti apre gli occhi

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Nei suoi scatti Raimondo Rossi celebra la diversità. Una reazione agli episodi di bullismo che lui stesso ha subito in prima persona e a cui ha poi assistito nel corso degli anni. Raimondo, fotografo attento e sensibile al sociale, riesce tramite i suoi scatti a far riflettere su importanti tematiche che mai come adesso affliggono il mondo. Su Vogue Italia è presente qualche suo esempio di fotografia di still life, fashion, documentary e architetture, a dimostrare la versatilità e il senso di armonia che accompagnano Raimondo in ogni lavoro. In questa intensa chiacchierata, Raimondo ci ha parlato anche delle difficoltà incontrate nell’ambiente della moda e dei suoi prossimi progetti.

Ray, quando hai cominciato a fotografare e quando hai capito che questo sarebbe diventato il tuo lavoro?

Sin da bambino ho respirato in casa l’aria dell’arte. Amavo guardare mia madre che durante i nostri viaggi i camper in giro per l’Europa si dilettava a scattare con la sua macchina fotografica. L’interesse per la fotografia è nata in quel momento. Ricordo ancora che all’interno della scatola della Rollei c’era scritto: “Forget the gimmicks and the gadgets”, che più o meno vuol dire “Dimenticati i trucchetti e concentrati sullo scatto”. Poi circa sette anni fa ho accompagnato una mia amica ad iscriversi ad un corso di fotografia. Decisi di iscrivermi anche io e questo mi ha permesso di apprendere le nozioni tecniche. In quel momento avevo già iniziato a fare qualche reportage come blogger nei backstage e ricevevo inviti per partecipare alle sfilate. Dopo la teoria ho iniziato a fare pratica.

Molti considerano il mondo della fashion photography un ambiente ostile e poco vivibile. Sei d’accordo con questa linea di pensiero?

Si, sono d’accordo. Ti racconto questo episodio. Un giorno mentre lavoravo in un backstage mi si avvicinò il direttore creativo di una nota maison di moda. Si rivolse a me chiedendomi cosa facessi e io risposi che il mio obiettivo era raccontare non solo il vissuto dei ragazzi ma anche le loro emozioni. La sua reazione fu inaspettata. Mi si mise a ridere in faccia. Questo atteggiamento mi ha confermato ancora una volta l’ostilità della fashion industry nei confronti di quei volti nuovi che a dispetto del sistema non sono raccomandati o non si fanno corrompere con i soldi. Dopo quell’episodio, sono andato comunque dritto per la mia strada tanto che sono stato contattato dalla direzione di alcune riviste londinesi.

Diane Arbus diceva: “Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate”. Sei d’accordo?

Diane Arbus è una delle fotografe che apprezzo di più e non posso che concordare con la sua osservazione. La fotografia serve anche ad accendere i riflettori su qualcosa che magari passerebbe inosservato. Nel momento in cui scatto decido di tirar fuori un’immagine armonica e che abbia carattere perché sono dell’opinione che le persone tendano sempre a nascondere le loro fragilità. Nel tempo che ho a disposizione, cerco di cogliere la personalità del soggetto che vado a ritrarre. Proprio perché tutti siamo diversi può emergere a volte la parte più forte, a volte quella più debole.

I tuoi scatti sono innumerevoli e bellissimi. Tuttavia, ce n’è uno che preferisci e che ti è rimasto nel cuore?

Ce ne sono alcuni a cui tengo particolarmente anche perché poi a questi abbino anche dei ricordi. Per esempio, pochi giorni fa ho scattato “Due”, la storia d’amore di una coppia di ragazze che è la storia di tutti noi, di Maria Antonietta e del suo conte, di Bonnie e Clyde, di John Lennon e Yoko Ono. I complimenti che ho ricevuto quel pomeriggio sono stati  per me un grande successo.

In questi giorni si è scatenata una polemica intorno al calendario del Codacons in cui dodici ragazze hanno posato vestite solo da una mascherina tricolore anticovid. Come giudichi questa iniziativa? E tu in che modo avresti rappresentato la resilienza delle italiane in tempo di lockdown?

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In generale credo che il nudo femminile che è stato proposto nel calendario non vada affatto a combattere quel maschilismo, dichiarato o no, riconosciuto o no, che è ancora ben radicato in Italia come nel resto del mondo. Così come allo stesso modo non credo che la copertina di nudo semi plus-size di Vanity Fair possa portare ad una qualche rivoluzione se non nei termini delle vendite o dell’eco mediatico. Tornando al calendario io avrei rappresentato la resilienza delle donne ritraendole dall’esterno delle case e attraverso le finestre aperte o all’interno dei loro ambienti con riferimenti ad hoc all’heritage italiano.

Cosa hai imparato di nuovo sugli esseri umani fotografando così tanta gente comune?

Ho imparato ad apprezzare i volti perché ognuno racconta delle storie diverse. Siamo talmente presi dalle nostre sofferenze, o gioie, o sogni, che ci dimentichiamo di chi ci sta intorno dimostrando un’insensibilità di fondo. La fotografia ti fa vivere il presente perché attraverso le rughe o le smorfie d’espressione ti sbatte anche in faccia il tempo che passa. Mi piace sottolineare i dettagli. Grazie alla fotografia ho imparato ad aprire gli occhi.

Come fashion editor, qual è il linguaggio che vuoi comunicare attraverso la scelta delle immagini per un determinato racconto fotografico da pubblicare per i vari magazines con cui collabori?

È molto importante per me comunicare un messaggio che non sia solo di moda ma che rispetti la mia visione intimista. Suona un po’ ottocentesco forse, ma forse potrebbe essere definito un linguaggio che fa incontrare il mondo intimista con l’estetica romantica. Unendole, al contrario di quello che accadeva due secoli fa. Si parla di moda, ma si parla anche di etica e rispetto, come sarà nel prossimo racconto che uscirà appena la situazione sarà migliorata. Ringrazio a tal proposito il filosofo Leonardo Caffo che ha partecipato al video.

La passione basta?

Purtroppo no. Il nonno di un mio amico, titolare della Pearl Pictures, casa cinematografica indipendente olandese, fu scelto per un film mentre mangiava in un bar nel Santa Monica boulevard, a Los Angeles. Erano altri tempi. Oggi nessuno è pronto a rischiare e quello che manca è il coraggio. Per questo molti talenti prendendo atto della situazione decidono di andarsene dalla loro terra.

Cosa bolle in pentola per il 2021?

Se non fosse stato per il Covid avrei dovuto inaugurare il 2021 a New York. Ero stato invitato per autografare le copie di un magazine in cui, salvo ritardi, sarò in copertina. Si tratta della più importante catena di librerie americane, Barnes & Noble. Visto che il viaggio salterà, cercherò di godermi la nostra bella Italia, e a tal proposito ho programmato una collezione di nuovi ritratti. Le quattro ragazze che saranno protagoniste hanno subito accettato con entusiasmo. Incrociamo tutti le dita, stiamo vicini e diamoci energie l’un l’altro per iniziare bene questo nuovo anno.

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