Quell’acuta e “vertiginosa” Guerra dei Roses

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La guerra dei Roses
Ph. Bepi Caroli

«Voglio che sia una cosa civile» è una delle battute chiave del testo di Warren Adler in La guerra dei Roses, messo in scena con raffinatezza e acutezza da Filippo Dini. Lo spettacolo diventa la “dimostrazione matematica” di come quell’intenzione iniziale possa rivelarsi un ossimoro, tanto più se si dà spazio solo a sentimenti negativi.

Molti di voi conosceranno l‘omonimo film del 1989 diretto da Danny DeVito, con quest’ultimo che raccontava la storia di Barbara e Jonathan (interpretati da Kathleen Turner e Michael Douglas).

Nell’adattamento teatrale, in cui la dimensione onirica è un elemento fondante, sono i due (ottimamente incarnati da Ambra Angiolini e Matteo Cremon) a presentarsi agli spettatori – e a qualcun altro -, ma i tasselli ve li facciamo ricollegare durante la visione. Ai lati, come degli alter ego, a un tratto compaiono i rispettivi avvocati, a cui danno volto Emanuela Guaiana e Massimo Cagnina, istigatori di una guerra che bolle in loro e che sarà senza esclusione di colpi. Passo passo si ripercorre la storia, dal colpo di fulmine al momento in cui la donna ha realizzato di non voler star più due passi indietro al marito. Quando si alza il velo del “limbo”, spicca la casa con le pareti sghembe e fragili (notevole la scena di Laura Benzi), quasi a suggerire una vertigine, laddove è il bene materiale ad aver fatto da padrone («avremo tutto»).

Colpisce come il pubblico rida di fronte alla decostruzione di un amore; certo è teatro, possiede in sé una componente di esasperazione, eppure non si può non pensare che il limite, troppo spesso, viene oltrepassato nella vita vera e La guerra dei Roses ne è “solo” la perfetta metafora. La pièce è al Manzoni di Milano fino a domenica 26 novembre e prosegue in tournée.