Il Romanzo infatti non è precisamente la storia di Ota benga. Ma è piuttosto la storia della storica di Ota benga, Arianna Sarris – creatura nata dalla penna di Monda – ragazza di origini greche che nella New York primi del secolo, vuole studiare ed emanciparsi e che è impiegata nello zoo di New York: ella è colei che nel romanzo racconta innanzi tutto a se stessa ciò che sta accadendo al pigmeo prigioniero di una civiltà incivile, rettificando verso il morale la vulgata pseudoscientifica che, invece, Ota Benga lo bestializza e reifica per poterne completamente usufruire come cosa e dunque anche come mezzo di dimostrazione scientifica, come esperimento. Fatto di cui seguiremo le alternate vicende nel corso del libro.
Proprio perché Monda, tra i vari piani di questo romanzo, ha pensato di volerci raccontare, piuttosto il divenire assolutistico e inumano di un certa deriva scientifica, è andato a incappare invece in una scoperta molto più importante e cruciale e si è trovato di fronte, grazie all’autonomia che il suo personaggio Arianna, di origini greche forse non casualmente, ha preso sull’autore, alla nascita di una coscienza, dunque ad un universale, e di cui Ota Benga, il minuscolo pigmeo esposto al pubblico ludibrio delle masse newyorkesi, è il Daimon maieuta.
Il libro si direbbe felicemente sfuggito al creatore, acceso di una propria vita e dotato di una autonomia in senso letterale, perché l’arte, quando riesce, non è solo premeditata creazione ma è anche rivelazione che investe innanzi tutto l’artista stesso
Essere umano, Ota Benga, che nella sua condizione di prigionia, non è più interamente Uomo perché privato della libertà, e incapace, cosi crediamo ma senza certezza, di attuare quella evasione di matrice calvinista della differita libertà interiore di fronte a una condizione di costrizione, e dunque moralmente mutilato, e perché, anche, strappato alla sua Koinè. Così come Arianna non è ancora politicamente Donna perché la sua coscienza di membro della classe oppressa delle donne, che non ha ancora il diritto al voto, già conquistato all’epoca dei fatti dai neri invece, e quindi paradossalmente socialmente inferiore allo stesso pigmeo esposto nella gabbia, qualora fosse riconosciuto pienamente uomo, non è ancora, all’inizio di questa storia, completamente formata.
Queste due metà, una per amputazione l’altra per incompiutezza, Ota e Arianna, come la mitica creatura platonica, si attraggono dentro la vicenda alla completezza positiva della creatura intera, terminandosi – narrativamente – l’uno nell’altra, sebbene Ota sia già compiuto, o quantomeno lo è stato nella sua vita di uomo libero nella prima esistenza africana, mentre Arianna è ancora vagante nell’indeterminatezza e soltanto guardando Ota, meditando sulla sua vita offesa, scopre la vocazione e lentamente il percorso che va alla dignità e alla pratica della libertà e scopre che il dominio che riesce ad identificare osservando la cattività di Ota, in maniera più subdola opprime anche lei.
Tutto ciò avviene attraverso lo sguardo di Arianna. Sguardo che l’attento occhio africano del pigmeo, seppur senza nessuna retorica ed enfasi, non lascia insensato ma registra tra le pochissime umanità che avverte nel mondo grottesco e prigioniero nel fuori della gabbia.
Orao, Il guardare in senso greco, e greca ricordiamo è colei che in questo romanzo guarda, in senso di sguardo come conoscenza profonda, con tutte le innervazioni semantiche e ontologiche, e dalla cui radice nasce la parola storia, è ancora più profondamente, nel tessuto di questa scrittura, grandissimo protagonista del romanzo.
Lo sguardo, sia quello interiore, sia quello mitopoietico, come quello dell’aedo omerico, di cui questa decalogia è sponda iperborea, perché mappatura di quel mondo, innanzi tutto, sognato poi desiderato e poi cercato, e non sempre trovato, dalle migrazioni mediterranee, tirreniche, adriatiche, egee, ioniche, proiettate verso la mitica polis di New York, dominata dal beneaugurante colosso innalzato sul mare della Dea Libertà, sia lo sguardo concreto, sono pilastri del ponte necessario allo storico, o al sentimento storico, per gettarsi nei presenti estinti e riportali alla luce o in vita nell’arte.
Segnali evidenti ed univoci di questa alchemica sublimazione dalla nigredo della mera vita, attraverso la rubedo della violenza all’albedo del costituirsi storia e coscienza della dramatis personae di Arianna, sono gli scarti sempre decisivi che i fenomeni della violenza a cui essa assiste, che essa penetra con lo sguardo, producono nella sua traiettoria esistenziale. Siano essi le umiliazioni subite da Ota Benga, siano gli eccitati incrudelimenti collettivi sulla sua persona, siano gli scioccanti, feroci e sordi scontri, talora mortali, dei combattimenti pugilistici, siano le perversioni concettuali di chi si sente “ariano”.
Ciò è messo in chiaro narrativamente a partire dall’accensione dell’impulso del desiderio erotico che gli si accende dentro per risonanza simpatica alla vista del primo violento e sanguinoso incontro di boxe che apre il romanzo, ma che subito, anche, evoca, nel suo dialogo interiore, il ricordo improvviso del negro Ota Benga appena giunto allo Zoo di New York, per arrivare alla fine improvvisa e irreparabile dell’attrazione erotica per il bellissimo corpo di Ruud, il suo uomo, nel rifiuto a farsi penetrare ancora da quel corpo portatore di barbarie, nel momento in cui è realizzato nel suo sguardo storicizzante che egli è integralmente parte della grottesca violenza che lede l’umanità di Ota Benga.
È sempre il suo separarsi dalle sfere di influenza degli episodi di violenza che la coinvolgono come testimone, a segnare gli snodi cruciali nella vicenda di Arianna e a riportarla, dopo lunghe lontananze e avventure esistenziali ed emotive, inesorabilmente, quasi in risonanza al gnothi seauton delfico, ordine divino di conoscere se stessi, verso le proprie origini intese anche come i luoghi dell’insediamento etnico e familiare nella città di New York, verso il proprio quartiere e verso la propria gente.

E questa radicale dissociazione dalla violenza ma senza mai diventare la rimozione piccolo borghese della coscienza del suo essere deus ex machina della storia umana, la troviamo anche in un momento importante per la vita interiore dell’altro io narrante femminile, nel secondo dei romanzi della decalogia finora scritti, La casa sulla roccia, nell’assistere ad un incontro di boxe che si trasforma in un vero e proprio omicidio rituale in cui la piramide tronca atzeca del sacrificio umano è qui la piramide rovesciata dell’arena del Madison Square Garden e il cui vertice, quasi ctonico, è lo stesso ring; durante il famoso incontro tra griffith e benny kid paret che perse la vita dopo dieci giorni di coma a seguito della serie ininterrotta di 29 pugni ricevuti, spettacolo che, come esclama la protagonista Beth, “battezza il nostro amore nel sangue” facendo considerare “ come non sia possibile separare bellezza e violenza” e di cui ancora dice “quello che avevamo vissuto insieme al Madison aveva lasciato un segno forte, inestinguibile, che ricompariva inaspettatamente nelle nostre discussioni, nei nostri sogni, anche nelle nostre carezze”. Fatto questo, quasi una maledizione, di aver assistito insieme, con il suo amore di un tempo a ciò che non andava visto, all’uccisione di un uomo come spettacolo, a cui si può attribuire una qualche sacra implicazione nel mistero della irrealizzazione di questo stesso rapporto, e che richiama alla mente la pietrificazione delle persone alla vista del volto della gorgone.
In tutto ciò non è scrittura dilatata quella di Monda, perché il compito di far passare un testo letterario attraverso la lettura di migliaia e migliaia, di milioni di occhi contemporanei è oggi ben più arduo del compito di coibentare il tempo esteso dell’assenza di collegamento permanente tra individui delle società pre e paleoindustriali tramite romanzi immensi e “gassosi”, cioè capaci di riempire di se descrivendoli i minimi anditi della realtà come del pensiero; quasi come un antidoto all’angoscia del sentirsi, in quel tempo, circondati da spazi fondamentalmente sconosciuti, inquietanti, abitati da popoli e personaggi trasmessi solo attraverso racconti e consumati da un tempo scandito dalle ciclicità naturali cosmico-terrestri e solo da da rari eventi eccezionali quasi sempre in forma di guerre portate da eserciti invasori.
È con il codice binario, con il maggior numero di dati possibili nel minor spazio e tempo possibili, con la minima unita di informazione, con il bit della comunicazione mercuriale tecnologica contemporanea che si rapporta il passo di qualsiasi narrativa contemporanea se anela a una speranza di non nascere già lingua morta, seppur accettando con ciò una inevitabile, seppur minima, sudditanza allo spirito del tempo, a meno di non imbozzarsi volontaristicamente in una dimensione postuma, sottratta dunque al presente, ma senza nessuna certezza che esisterà nel futuro una qualche memoria quale ancora oggi la intendiamo. E ciò che un tempo proteggeva dall’angoscia del vuoto , estensione e dilatazione della lingua letteraria, oggi, in un ribaltamento perfetto, quella angst la genererebbero senza meno, producendo claustrofobia, panico da “ipossia” temporale; scritture quelle espanse e gassose che sarebbero oggi fondamentalmente indigeribili per le antropologie della maggior parte dei lettori occidentali o occidentalizzati.
È il fluido, il breve, il veloce, rispetto all’esteso, al lento delle narrazioni 8-9 centesche, il nuovo passo di cui impossessarsi per entrare nella circolazione e raggiungere gangli e nodi cruciali della contemporaneità nella sostanza degli individui. Ma questo possesso, questa mercurialità, non va confusa con le molte afasie letterarie passate per letteratura. La mercurialità, già attribuita da Brodsky alla poesia, di cui è ricca la scrittura di questo libro, deve essere in grado di trasmettere una informazione compressa ma assolutamente intera, attuare, come insegnava Ėjzenštejn, audaci montaggi ma ben gravidi di senso, Cosa di cui Monda è pienamente capace. Sono romanzi i suoi di una scrittura fulminea, che non si oppone alla meccanica temporale in cui opera e lettore sono incastonati, ma vi funziona alla perfezione. E tuttavia funzionandovi vi funziona a contraggenio, antidoticamente restituendo tempo al presente della velocità totalitaria. I suoi romanzi si divorano in poche ore di lettura inchiodata alle pagine , ma quando li si chiude il bilancio del tempo combusto e di quello generato dalle immaginazioni, è tutto a favore del tempo generato; dunque hanno prodotto, insieme a conoscenza e piacere, anche liberazione. Questa mercurialità non è quantità di scrittura, o ancor peggio mera riduzione di pagine, ma è qualità, o sostanza cronologica della lingua stessa.
I temi della insondabilità della violenza, dell’enigma della sua presenza costante nel cammino dell’umanità, dell’inestricabile mistero anche della sorgente in essa di una bellezza che imbarazza la storia, e dello sforzo erculeo di emancipazione dal suo fascino da parte dei protagonisti, e quindi dell’inevitabilità della violenza da cui il mondo non si libererà mai, ma anche sul libero arbitrio degli individui che invece lo possono, nella propria vicenda personale, che possono scegliere, a differenza del mondo, di lottare misurandosi con se stessi per sconfiggere la propria inclinazione al male, per stare sempre all’opposto della sua gratuità e della sua malvagità, o ancora il tema dall’epica di certe vite attraversate dalla tesa dialettica di vittoria e sconfitta, succeso e fallimento, sono certamente, fino ad ora, alcuni dei temi fondamentali della poetica di questo grande progetto narrativo. Ve ne sono ancora tanti altri, altrettanto importanti su cui si potrebbe scrivere molto – unica vera critica ad un romanzo è il romanzo stesso – ma che sarà il lettore a rintracciare nel suo viaggio nella decalogia newyorkese di Antonio Monda giunta con Ota Benga alla suo terzo movimento, e con esso anche a un punto di svolta, rispetto alle tappe gia conquistate, che portano la sua scrittura a inabissarsi in più complesse profondità dove la hemingwayiana “conservazione della grazia sotto pressione” diventa ben più ardua faccenda e con cui Monda certamente incrocerà i guantoni nei prossimi duri boxing matches.
Arianna, in conclusione, attua in questo romanzo una liberazione di Ota Benga dalla cattiva soggettività dell’ossimorico fanatismo scientifico che ne vuole a tutti i costi fare un homunculus dissacrando la sua umanità, attraverso la rettifica della oggettività storica del suo racconto, e ciò la risarcisce esponenzialmente con una moltiplicazione ontologica che la porta dal me del privato, del personalismo, del mero vivere, ad un Io della coscienza politica. Per ben due volte, nei tre romanzi già scritti di questa decalogia, l’io narrante è un io femminile, che in filigrana può essere visto come spirito dell’umanità tessitrice, tramite il logos, delle historie del mondo e attraverso esse capace di generare consapevolezza di sé, cosa da cui soltanto può nascere la fonte dei diritti e della dignità umana. La storia, come scrive Paul Ricouer, “procede sempre dalla rettifica dell’autoaccomodamento ufficiale e pragmatico del loro passato attuato dalle società ufficiali”.
Ed è proprio questo instancabile lavoro di rettifica costante, nella forma di un dialogo con se stessa a cui partecipa come materia immanente la coscienza del lettore, in cui è impegnata la protagonista deposta in qualità di sacra tessitrice all’interno di una storia storica dalla fertilità dell’arte, a essere capace di riparare riprendendone i fili strappati, quel telos, lacerato dalla violenza degli uomini, della vita dell’Ota Benga storico, e, ritessendolo nella seconda vita di questo romanzo come una Eumenide pacificatrice, restituirgli felicità ontologica adempiendo a qualcosa che lascio scoprire al lettore e rendendo, quanto meno, indelebile nelle nostre memorie l’impronta del doloroso passaggio sulla terra del fu Ota Benga divenuto suo malgrado straordinaria tessera del mosaico della caleidoscopica storia delle vite umane newyorkesi del ‘900. Pietra di scarto che si fa, in questa redenzione artistica, pietra angolare dell’ethos a cui dovrebbe anelare l’umanità di ogni grande Polis libera e liberatrice.
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Antonio Monda (Velletri, Roma, 1962) vive a New York dove insegna alla New York University, collabora con «la Repubblica» e «Vogue» e tiene su RaiNews24 la rubrica Central Park West. È autore dei saggi La magnifica illusione (Fazi 2003), The Hidden God (MoMA 2004), Tu credi? (Fazi 2006, Mondadori 2013) e Il paradiso dei lettori innamorati (Mondadori 2013) e della raccolta di racconti e immagini Nella città nuda (Rizzoli 2013). Per Mondadori ha inoltre pubblicato i romanziAssoluzione (2008) e L’America non esiste (2012), i racconti Hanno preferito le tenebre (2010) e il libro intervista con Ennio Morricone Lontano dai sogni(2010). È il direttore artistico del festival letterario “Le Conversazioni”. E’ stato da poco nominato “direttore del Festival Internazionale del Film di Roma”.












