La Ferrari bianca di Miami Vice e quella rossa di Magnum P.I., la Mercedes cabrio di Richard Gere con la celeberrima Call Me dei Blondie in sottofondo scritta da Giorgio Moroder e la sequenza di camicie, giacche destrutturate e cravatte griffate Armani in America Gigolò. E poi la mitica De Lorean di Ritorno al futuro, la celeberrima battuta finale di Rutger Hauer in Blade Runner — “Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi” —, i piedipiatti rockarolla a Beverly Hills e dintorni con la cornice palme/mare/sole del Sunset Boulevard, Axel Foley in Beverly Hills Cop e Mel Gibson e Danny Glover in Arma letale, la hit iconica armata di testosterone sonoro anni Ottanta al cubo di Vivere e morire a Los Angeles: formidabili quegli anni, per parafrasare il nostro Mario Capanna.
Erano gli edonisti e ipertrofici anni Ottanta, “Milano da bere” e “Voglio il massimo”, un’epoca in cui la geopolitica globale si rifletteva sullo schermo a colpi di muscoli maschili, linee femminili (Brigitte Nielsen la sposa amazzone di Stallone in Rocky IV e Cobra e Carol Alt divinità pop assoluta delle passerelle e del grande schermo), auto e moto, insomma donne e motori.
Da un lato il botteghino italiano veniva letteralmente cannibalizzato dai pesi massimi Sly e Schwartzy — macchine da guerra cinematografiche capaci di tradurre l’ottimismo della Reaganomics in pura epopea pop; dall’altro il sogno americano sfrecciava sulla Kawasaki Ninja di Tom Cruise in Top Gun, perfetto manifesto di una giovinezza d’assalto che, tra un decollo e un tramonto, esorcizzava le ultime battute della Guerra Fredda. Era il cinema di un mondo sospeso tra lo scudo spaziale di Reagan e la perestrojka di Gorbaciov, dove la propaganda si faceva culto e i sogni avevano la forma di un Ferrari Testarossa (bianco magari).
E proprio il sogno è come un’autostrada anzi una Highway lungo le pagine di “Flashback. Il cinema americano come riflesso politico-culturale degli anni Ottanta” di Matteo Inzaghi (prefazione di Marcello Foa, De Piante Editore, 2026), presentato al Kapannone dei Libri di Andrea Kerbaker ad Angera sul lago Maggiore.
Niente fuffa nostalgica o feticismo da archeologia pop: il progetto firmato De Piante Editore è una sciabolata gentile che anatomizza il decennio più ipertrofico del secolo scorso, tenendo la barra dritta e fuori dai circuiti del mainstream generalista. La scommessa qui sta tutta nel dare corda al colpaccio intellettuale di Matteo Inzaghi, capace di smontare l’immaginario reaganiano con la precisione del critico e il piglio del giornalista, evitando la trappola del revival per paninari e restituendoci la ciccia politica di quegli anni. Formidabili quegli anni, appunto.
Il tutto shakerato e servito in quella wunderkammer che è il Kapannone dei Libri di Andrea Kerbaker ad Angera, perfetto per questo genere di blitzkrieg culturali, un avamposto dove i libri non si archiviano, si leggono e si sfogliano e si toccano e si guardano: provare per credere, come avrebbe detto il buon Ettore Andenna quando pubblicizzava Aiazzone. Inzaghi mette in fila i fatti, De Piante stringe i bulloni, Kerbaker fa da anfitrione: ne esce un scenario pop che illumina il passato per spiegarci, dopotutto, dove stiamo andando: alla deriva, dico io.
Il libro analizza i blockbuster americani degli anni Ottanta non come semplice intrattenimento pop, ma come specchio e veicolo della geopolitica e dell’ideologia della Reaganomics. Attraverso film iconici di quella decade Matteo Inzaghi decodifica i legami profondi tra l’estetica hollywoodiana dell’epoca e i grandi mutamenti storici, dallo scontro finale della Guerra Fredda all’edonismo di massa, facendo emergere il potere simbolico di una irripetibile cultura visiva che ha generato dei veri e propri archetipi, materiale da immaginario collettivo. Più pop di così si muore, “più bianco non si può”. Il tutto senza compiere nessuna operazione nostalgia, ma semplicemente facendoci rivedere, come una specie di “cronovisore” tipo quello di Martin Mystere, quel sogno che era anche il nostro sogno: come mette in chiaro Marcello Foa nella prefazione, guai a immaginare questo saggio come una passeggiata sul viale dei ricordi.
Nostalgia portami via, il saggio di Inzaghi serve soprattutto a puntare i riflettori su un’evidenza contemporanea: nella cultura visiva di oggi (specie al cinema, ma non solo lì) non c’è più la libertà di una volta. Forse non c’è proprio più cultura visiva, perché oggi l’immagine è tutto e la parola zero, peccato che l’immagine in questione sia quella dei rincoglioniti che camminano lungo le ZTL ficcando la testa nello schermo del loro telefono senza accorgersi che stanno per andare a sbattere. Eppure Marty McFly è lì sulla copertina del libro, con una telecamera JVC in mano pronto a catturare e a catturarci in un colpo d’occhio. Leggessero “Flashback”. E poi infilassero la testa in un secchio d’acqua gelida.














