Cโรจ un punto di contatto millenario tra la pietra squadrata dall’uomo preistorico e quella aggredita dallo scultore contemporaneo. Non รจ una questione di stile, ma di gravitร e di sopravvivenza. Sabato 6 giugno 2026, la Fondazione Sangregorio Giancarlo a Sesto Calende (via Cocquo 19) ha ospitato un corto circuito culturale tutt’altro che accademico. L’occasione, inserita nel palinsesto di ArchiviFuturi 2026 | Festival degli Archivi del Contemporaneo, era la presentazione dell’ultimo saggio dell’architetto Giovanni Simonis: โSulle Alpi prima della storia. La formazione di insediamenti e edifici attraverso lโanalisi della cultura materialeโ, pubblicato nel 2025 dal Gruppo Albatros Il Filo (collana Nuove Voci / Strade, 208 pagine).
Il libro di Simonis fa un lavoro di smantellamento metodologico. Smonta il vecchio pregiudizio eurocentrico che vuole la civiltร nata esclusivamente in pianura, relegando la montagna a un subalterno rifugio tardivo dettato dalla miseria o dall’isolamento. Incrociando genetica, paleoantropologia e archeologia con lo sviluppo delle tecniche costruttive in edilizia, Simonis dimostra il contrario: lโabitare in alta quota รจ stato l’esito di scelte volute e ben meditate, e lโinsediamento montano ha anticipato e condizionato i modelli della pianura. Prima dei trattati di architettura, la storia la fanno i frammenti della cultura materiale: l’utilizzo cosciente del territorio, i dipinti, le incisioni rupestri, gli oggetti e le tecniche dโincastro a secco. Strutture nate prima della storia stessa, che rivelano le straordinarie capacitร costruttive di quelle popolazioni.
Ma il nocciolo dell’incontro a Sesto Calendeย sta nella traiettoria biografica e intellettuale che legava Simonis a Giancarlo Sangregorio. I due si conoscevano bene. E da questa frequentazione emerge una chiave di lettura che ravviva le tesi del libro, trasformando l’indagine architettonica in una riflessione radicale sulla scultura. Durante il dibattito, Simonis non ha risparmiato una stoccata al contemporaneo, lamentando come oggi l’architettura si sia ridotta a un fatto vicino alla bidimensionalitร , algoritmico, “fatto con il computer”. Uno schermo piatto che anestetizza il senso dello spazio, della gravitร e della materia.
Il gancio con il modus operandi di Sangregorio, a quel punto, รจ diventato inevitabile. Chi visita la Fondazione non si trova davanti a un algide atelier, ma entra direttamente nel laboratorio dello scultore: uno spazio che assomiglia in tutto e per tutto a un’officina meccanica. Lรฌ dentro non c’รจ traccia di virtuale. Ci sono frese, scalpelli, mazzuoli, strumenti di lavoro manuale e opere d’arte pesante – e pe(n)sante; รจ il materiale di risulta di un confronto quotidiano, quasi un corpo a corpo, con la pietra e il legno e il vetro. Sangregorio non progettava a distanza, pensava con le mani.
Nelle sale della Fondazione, la dialettica tra il saggio di Simonis e l’opera di Sangregorio si fa evidente. Si gioca tutto sui rapporti di forza, a partire da quello tra pieno e vuoto. Per Sangregorio il vuoto รจ materia a sua volta, la feritoia necessaria perchรฉ la forma esista; per Simonis, lโarchitettura primitiva alpina รจ la perimetrazione di un vuoto vitale strappato allโostilitร del paesaggio. C’รจ poi il contrasto tra materiale organico e inorganico. Dove lo scultore incastra il legno fossile con il ferro o il bronzo in una sintesi volumetrica brutale, l’architettura arcaica descritta da Simonis stringe la travatura di legno all’immutabilitร della pietra a secco. Un sistema costruttivo simbiotico, privo di orpelli decorativi.
A unire l’architetto e lo scultore รจ una medesima attrazione per le cosiddette culture primitive. Sangregorio collezionava arte dogon e asmat non per gusto esotico, ma per una sintonizzazione profonda con una plastica che, ex post, avrebbe dato l’impronta di sรจ al canone occidentale. Simonis cerca la stessa purezza formale nelle incisioni rupestri e nelle prime capanne in pietra delle valli alpine. Entrambi azzerano il rumore di fondo della modernitร per tornare all’istante in cui lโuomo smette di subire la natura e decide di lasciare un segno.
Alla fine, il testo di Simonis si smarca dall’archeologia per diventare un piccolo manifesto estetico. Di fronte alle architetture virtuali e verticali tutte vetro e acciaio contemporanee, sradicate da qualsiasi contesto, la lezione di Simonis e il lascito estetico di Sangregorio ricordano la stessa cosa: la forma, per essere autentica, deve conservare il peso della pietraย e la logica del luogo. Nel suo celebre testo teorico del 1979, Dove sta di casa la scultura?, Sangregorio aveva infatti scritto parole precise che ridefiniscono il concetto di opera e la sua appartenenza radicale al luogo in cui si trova, rifiutando proprio la museificazione asettica o la sradicamento concettuale. La forma, per essere autentica, deve allora ritrovare quella che Sangregorio definiva l’indissolubile appartenenza al momento e al luogo dove รจ nata: “Dove sta di casa la scultura? Quasi sempre lontana dai monumenti, ci capiterร di incontrarla proprio in luoghi inattesi. Sarร sempre rivelatrice di una veritร legata strettamente alla vita“.














