
Per prima cosa appoggiamo lì una domanda retorica. Si può recensire un libro solo dalla copertina? E poi chiacchieriamo un po’ dell’ultima fatica di Aldo Cazzullo: La guerra dei nostri nonni (Mondadori. pp. 248, 17 euro). Il saggio, vergato con piglio molto giornalistico, mira –si sa è tempo di anniversari- ad essere un affresco della Grande guerra, regalando uno sguardo privilegiato al fronte italiano come da soprattitolo: “1915-1918: storie di uomini, donne, famiglie”. E la narrazione si svolge cercando di rendere sempre, attraverso l’ottica del singolo, il senso del conflitto. Si incontrano le vicende della giovane spia, dell’infermiera, del fante ferito, del capitano coraggioso, del generale pasticcione. Spesso intervallati da pezzi di diario d’epoca o da lettere. Diciamolo da subito: Cazzullo, inviato del Corriere della sera e prima de La Stampa, ha una splendida penna. Di quelle agili agili, che rendono tutto facile e scorrevole al lettore. E molti dei passi d’epoca, che inframmezzano il testo, al minimo incuriosiscono. In altri casi sono delle vere chicche. Però, alla fine, l’affresco non c’è. Ci sono delle storie particolari. Alcune note, altre un pochino meno. Ma il collante è debole. Il senso del tutto si riduce al fatto che questa Grande guerra è giusto ricordarla. Sul perché già ci si trova di fronte a qualche dubbio in più. A pagina 5 è importante perché “l’Italia dimostro di non essere soltanto un “nome geografico”, come credevano gli austriaci, ma una nazione”. Sì letto così fila, l’ho detto che Cazzullo scrive bene, vorremo mica essere poco patriottici! Però se uno ci pensa un attimo qualche dubbio gli viene. A considerare l’Italia un espressione geografica era il principe di Metternich al tempo della Prima guerra d’indipendenza. Nel 1914 gli austriaci avevano capito benino, a suon di morti, che l’Italia era una Nazione. Anzi, sino allo scoppio del conflitto eravamo stati loro alleati nella Triplice Alleanza. E quando l’Italia a partire dal 1914, decise di rimanere neutrale, in questa neutralità fecero di tutto per farcela restare.

Ma di idee stranine, appoggiate lì tra una storia e l’altra, se ne incontrano spesso nel testo. Ad esempio sul perché all’inizio delle ostilità gli italiani fossero meno combattivi ma dopo Caporetto cambiò tutto Cazzullo chiosa così: “Non si doveva più avanzare sotto il fuoco nemico in terra slava, per conquistare città in cui nessuno era mai stato e montagne che nessuno aveva mai sentito nominare. C’era da difendere terra italiana, palmo a palmo, per impedire che gli austriaci se la riprendessero tutta”. Funziona no? Il Piave mormorava e tutto il resto… Però forse che Trieste e Trento fossero terra slava è un po’ esagerare, e magari gli istriani la pensano diversamente. E il contadino siciliano che non era mai stato Gorizia molto probabilmente non era stato nemmeno a Roma… Questo senza citare il contrasto tra l’idea precedente che la grande Guerra servisse a chiarire le idee agli austriaci e questa frase in cui diventiamo svogliati aggressori di slavi.

Cazzullo poi racconta, sempre molto bene, tutte le nefandezze e le idiozie compiute dagli ufficiali italiani, soprattutto di quelli col grado dal colonnello in su. Punta continuamente il dito contro le fucilazioni e gli assalti in cui gli uomini diventano carne da cannone. Niente da dire. C’è consenso sul fatto che Luigi Cadorna non fosse un genio. E lo stesso si può dire di molti membri dello stato maggiore. Ma più di uno storico ha messo in luce come, alla fine, la dottrina tattica degli italiani fosse la stessa dei Joffre, Haig e Nivelle che operavano sul fronte occidentale. Tanto per dire, un anno prima dell’ingresso dell’Italia in guerra e delle famose “spallate”, i francesi avevano mandato all’attacco truppe vestite di rosso e di blu contro le mitragliatrici regalando ai tedeschi dei meravigliosi bersagli da tiro a segno. Anzi Cadorna in alcuni casi, come nell’utilizzo delle artiglierie, era un generale dotato di una buona capacità tattica, se non strategica. Certo in una narrazione epica all’Italiana se tutti i generali sono asini e tutti i fanti umili eroi funziona tutto. Ma la storiografia è un’altra cosa.
Ecco allora, visto che spesso gli italiani leggono un libro solo all’anno (o così dice la statistica), se libro sulla Prima guerra mondiale deve essere non è meglio andare su un saggio con meno storielle e più Storia? C’è davvero tanta roba: I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande guerra di Christopher Clark (Laterza, pp. 716, 35 euro); Catastrofe 1914, l’Europa in guerra di Max Hastings (Neri Pozza, pp. 795, 22 euro)… Oppure La Prima guerra mondiale. Dodici punti di svolta di Ian F. B. Beckett (Einaudi, pp. 274, 30 euro) che parte da storie piccole ma l’affresco lo costruisce davvero.
E con questo siamo tornati alla domanda di partenza. Ovvero la recensione da copertina. Su quella di Cazzullo c’è una foto scenografica che vorrebbe essere un alpino visto di spalle in mezzo ai monti. Una bellissima ricostruzione ma non una foto d’epoca, che sarebbe più triste e più vera. Però a guardare bene viene il dubbio che lo zaino messo dal figurante non sia lo zaino del 14-18 delle truppe italiane (era il così detto modello 1907). E la sagoma del fucile non sembra proprio quella del fucile modello ’91. Insomma è suggestiva ma imprecisa, e un “po’ di plastica”. E’ un caso, ma a volte la copertina corrisponde al contenuto.













