“Piene di valenze aperte, hanno bisogno di siti significativi con cui combinarsi» così lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan definiva le sculture di Arnaldo Pomodoro ormai quasi trent’anni fa1. E in effetti, tutte le volte che si vede un lavoro di questo straordinario interprete della scultura contemporanea in un contesto diverso è possibile immaginarne una nuova lettura. L’opera aperta di Pomodoro accoglie e interpreta lo spazio. E il dialogo con i castelli di Puglia di età federiciana è, in questo senso, denso di suggestioni. Oltre a riallacciare, in una forma inedita, i fili di un confronto con l’antico che da sempre lo affascina, l’allestimento delle sue sculture in questi luoghi così densi di storia, icone di una bellezza classica ed eterna nella loro originalità, significa per l’artista anche un ritorno a casa, dove tutto è cominciato.
La famiglia di Pomodoro, che è nato a Morciano di Romagna ma si è formato nelle Marche, arriva infatti da Molfetta, in provincia di Bari. E, quindi, se parliamo di genius loci, nel suo tenere insieme diverse realtà italiane, Pomodoro ha davvero le carte in regola per una contaminazione feconda e creativa. L’impaginazione di questa monumentale mostra divisa in tre tappe è stata naturalmente pensata in prima persona dallo scultore, consapevole di quanto le sue opere siano capaci di rappresentare uno spettacolo che tutte le volte rivela aspetti imprevedibili, mai colti prima. Irrevocabilmente spazio e forma, nella sua testa e nella sua mano, sono inseparabili. Le sue celeberrime Sfere, che incontriamo come fossero vecchie amiche andate a conquistare qua e là diversi continenti2, sono, a ogni incontro, sorprendentemente uniche e irripetibili. La ragione sta proprio nella relazione che creano con ciò che le circonda: il cielo, gli edifici, la vegetazione, i monumenti.
Questi oggetti dall’insolita e potente presenza, sono capaci di mettersi in ascolto dei luoghi.
Non è un caso che l’artista renda la loro superficie così straordinariamente levigata, accesa di luce, specchiante. Su ogni Sfera si riflette quel mondo che, d’altra parte, il suo stesso profilo evoca nella sua totalità. Forma perfetta e generativa, ogni volta si illumina in maniera inconsueta, dando vita a una nuova epifania. Che ingloba anche chi sta guardando. E si viene così convocati dall’artista su un cammino tutt’altro che univoco. Colonna del viaggiatore si chiama proprio una delle sue prime sculture a tutto tondo. E a sperimentare un percorso che ingloba gli opposti, non è soltanto l’artista, ma anche chi è invitato a contemplare l’immagine, a entrarvi dentro fino a scoprirne il ventre.
Sei tu stesso a far parte di quella vita che scorre, di quell’energia pulsante, segreta e misteriosa capace di squarciare, interrompere, corrodere quell’universo curvilineo apparentemente immobile. Pomodoro, dopo averti fatto immaginare una pacatezza quasi assoluta, una compiutezza, ti accompagna in profondità, alla scoperta delle viscere della forma. È un po’ come se fosse andato a rompere il guscio dell’uovo della Pala di Brera di Piero della Francesca, rivelando che ogni cosa contiene il suo contrario. Ti specchi, in un primo momento, in una possibile interezza, ma ti accorgi immediatamente che quella non basta per capire tutto. Devi, per afferrare la verità di questi universi, attraversarne anche il crollo, la rottura, la deflagrazione, la verifica di una vulnerabilità che, tuttavia, non nega mai il carattere monumentale della visione.
«Le sfere – ha dichiarato Pomodoro – sono forme perfette e magiche, che io spacco allo scopo di rintracciare e infine di scoprire i fermenti interni che contengono, misteriosi e vivi, mostruosi e puri»3.













