Il paesaggio che esiste tra memoria e immaginazione

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Santi Caleca

Milano custodisce molti paesaggi. Alcuni sono sotto gli occhi di tutti, fatti di strade, architetture, prospettive urbane. Altri, più silenziosi, prendono forma nella memoria, nei ricordi, nelle immagini che continuiamo a portare con noi anche quando i luoghi sono ormai lontani. È proprio in questo spazio sospeso tra ciò che esiste e ciò che immaginiamo che si trova Nowhere Land. The Imaginary Landscape of Photography, la mostra curata da Alessandro Riva negli spazi della Galleria Vik Milano.

L’esposizione parte da una domanda solo apparentemente semplice: che cos’è davvero un paesaggio? La fotografia, fin dalle sue origini, ha cercato di rispondere a questo interrogativo documentando città, campagne, montagne, mari e territori. Eppure, ogni immagine, nel momento stesso in cui viene inquadrata, selezionata e fissata in uno scatto, smette di essere una semplice registrazione del reale. Diventa interpretazione, racconto, memoria, diventa uno sguardo sul mondo.

La mostra riunisce undici autori provenienti da percorsi differenti, accomunati dalla capacità di utilizzare la fotografia come strumento di trasformazione del visibile. Non si tratta di raccontare luoghi, ma di interrogare il modo in cui li percepiamo.

Le immagini di Gabriele Basilico, tra i protagonisti assoluti della fotografia italiana del Novecento, rappresentano un punto di partenza quasi inevitabile. Le sue città non sono soltanto spazi urbani ma organismi complessi, architetture della memoria che raccontano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente costruito. A queste si affiancano le fotografie di Lucio Gelsi, dove New York assume un carattere sospeso e cinematografico, come se la città emergesse da un ricordo più che da una cronaca del presente.

Nel lavoro di George Tatge il viaggio diventa invece esperienza interiore. I paesaggi attraversati dall’artista sembrano sottrarsi a qualsiasi collocazione geografica precisa per trasformarsi in luoghi dell’anima, territori attraversati da suggestioni e risonanze emotive. Un processo analogo si ritrova nelle opere di Luca Gilli e Federica Palmarin, dove la natura viene progressivamente essenzializzata fino a sfiorare l’astrazione. Islanda e Mauritius non sono più soltanto destinazioni reali, ma scenari che appartengono a una dimensione immaginaria e universale.

La riflessione sul confine tra realtà e rappresentazione prosegue nelle opere di Teresa Emanuele, che attraverso riflessi, ombre e trasparenze mette in discussione la stessa affidabilità dell’immagine fotografica. Ciò che osserviamo appare familiare e allo stesso tempo sfuggente, come accade nei sogni o nei ricordi.

Altri artisti scelgono invece di costruire letteralmente nuovi paesaggi. Anna Muzi compone geografie impossibili assemblando frammenti provenienti da luoghi differenti, mentre Santi Caleca fotografa modellini architettonici ideati da Ettore Sottsass e Johanna Grawunder trasformandoli in scenari sorprendentemente realistici. In entrambi i casi il paesaggio non viene trovato ma inventato, rivelando la natura profondamente creativa dello sguardo fotografico.

Una dimensione più raccolta emerge nelle opere di Olga Mai, che affida a piccoli formati e antiche cornici il compito di custodire immagini intime e silenziose. Anche Antonio De Luca sceglie la sottrazione, riducendo il paesaggio a pochi elementi essenziali capaci di evocare una dimensione poetica e universale.

A chiudere il percorso è Uliano Lucas, la cui fotografia ricorda come il paesaggio non sia fatto soltanto di natura e architettura ma anche delle persone che lo abitano. Nei suoi scatti dedicati all’Italia del dopoguerra il territorio si costruisce attraverso relazioni, gesti quotidiani, lavoro e memoria collettiva, diventando il ritratto di un Paese in trasformazione.

Le immagini raccolte in mostra suggeriscono che ogni paesaggio esista sempre due volte: una nella realtà e una nella mente di chi lo osserva.

©Luca Gilli_ISLANDA

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