Il pugile è seduto. Esausto. Il volto porta addosso la geografia del combattimento: ferite profonde, sangue rappreso, zigomi gonfiati dal dolore. Il corpo è pesante, quasi esausto, eppure il gesto non appartiene alla resa. Il capo si volta. Lo sguardo, oggi svuotato dagli occhi perduti nel tempo, si alza verso qualcosa che non possiamo vedere. Forse attende un verdetto…
Da oltre duemila anni, il Pugile a riposo continua a interrogare chi gli passa davanti. Non è semplicemente una delle più straordinarie sculture bronzee sopravvissute all’antichità: è una presenza. Una ferita aperta nella storia dell’arte, un enigma rimasto intatto nella sua incompletezza.
Ed è proprio da questa tensione irrisolta che nasce The Boxer, il libro bilingue di poesie e brevi prosopoemi di Gabriele Tinti, pubblicato da Eris Press e distribuito dalla Columbia University. Un volume che raccoglie testi scritti dal 2009 a oggi, concepiti come un lungo monologo poetico attorno a uno dei bronzi più misteriosi della classicità.
Ridurre The Boxer a una raccolta poetica sarebbe, tuttavia, limitante. Il lavoro di Tinti assomiglia piuttosto a un rito di riattivazione. Una convocazione del corpo antico dentro il nostro presente. Perché il Pugile non appartiene al passato. Non davvero.
Quando gli chiedo che cosa abbia generato una fascinazione tanto persistente nei confronti della scultura, Tinti non parla subito di mito o di classicismo. Parla del mistero. “È una scultura incredibile che è arrivata fino a noi intatta, però incompleta, di tutti quelli che erano i contesti per i quali era stata creata”, racconta. Ed è forse proprio questo vuoto, ciò che manca, ciò che non sapremo mai, ad alimentare il suo immaginario.
Il Pugile a riposo, ritrovato nel 1885 sulle pendici del Quirinale, resta infatti una delle opere più enigmatiche dell’arte antica. Non sappiamo con certezza chi l’abbia scolpito, né chi rappresenti davvero. Le attribuzioni oscillano tra la scuola di Lisippo e produzioni ellenistiche più tarde; l’identità del pugile si dissolve in un sistema di ipotesi: un campione storico, un eroe, una figura quasi votiva. Anche il suo stesso gesto resta indecifrabile. Aspetta l’alloro della vittoria? Guarda il pubblico? Attende di essere richiamato dall’arbitro? Non lo sappiamo. E forse è proprio questo non sapere a renderlo così vivo.
“Quel volgere del capo ha sempre suscitato in me grande interesse e ispirazione”, dice Tinti. Un gesto minimo eppure potentissimo, che nella sua scrittura si trasforma in una metafora esistenziale. Perché il pugile sembra contraddire la materia stessa del proprio corpo: devastato dalla fatica e dal dolore, continua nondimeno a orientarsi verso qualcosa che sfugge, qualcosa che eccede il limite umano.
La biografia, poi, si intreccia inevitabilmente alla scrittura. “Quando si scrive qualcosa si parte sempre da sé stessi”, ammette il poeta. E così il Pugile incontra il bambino che accompagnava il padre agli incontri di boxe di un pugile del quartiere, l’odore delle palestre, la ritualità dei combattimenti, la fascinazione per quel mondo fatto di sacrificio e vulnerabilità. Negli anni arriveranno gli incontri con campioni come Nino Benvenuti, allenatori leggendari legati alla storia di Muhammad Ali e una conoscenza sempre più profonda dell’universo pugilistico. Ma nel lavoro di Tinti la boxe non è mai sportivo folklore. Diventa struttura simbolica. Combattere, in The Boxer, significa stare dentro il conflitto dell’esistenza.
Il corpo, allora, diventa il primo campo di battaglia. Le ferite del bronzo, minuziosamente cesellate, scandalosamente umane, raccontano una fragilità che sorprende ancora oggi. Il sangue sulle orecchie e sul volto, le mani fasciate, il torace contratto: nulla nella scultura celebra il trionfo. Se i Greci raffiguravano gli atleti vincitori, qui la vittoria sembra già contaminata dalla perdita. Il pugile è vincitore e sconfitto insieme.
In questo senso il libro di Tinti agisce quasi come una lunga meditazione sulla condizione umana. Da una parte il “peso del corporale”, la gravità della carne, il dolore, la finitudine; dall’altra quello slancio verticale che il poeta definisce “malattia d’infinito”. Un’espressione che riecheggia la tragedia greca, il pensiero orfico, Platone, ma anche un disagio profondamente contemporaneo: il non sentirsi mai completamente a casa nel mondo. L’essere umano come creatura eccedente, sempre protesa oltre il proprio limite.
Ecco allora che il Pugile a riposo smette di essere reperto archeologico per trasformarsi in specchio. In quella torsione del capo c’è qualcosa che continua a riguardarci: il desiderio impossibile di oltrepassare il métron, la misura; la tentazione della hybris; il bisogno ostinato di immaginare qualcosa oltre il dolore.
Tinti costruisce così un’opera antispettacolare e profondamente teatrale insieme. Le poesie, pensate come un monologo, sembrano infatti il copione di una rappresentazione destinata paradossalmente alla solitudine del lettore. Un closet drama in cui Roma e il Pugile fungono da scenografia mentale, e dove il linguaggio poetico tenta continuamente di restituire presenza a ciò che il tempo ha sottratto.
Non sorprende che le letture performative dei suoi testi, spesso realizzate davanti alle opere antiche, abbiano trovato interpreti inattesi, da attori a registi come Abel Ferrara, che definisce le parole di Tinti “potenti”. Perché qui non si tratta di spiegare l’antico. Si tratta di ascoltarlo.
E forse il motivo per cui questo bronzo continua a sedurci, dopo più di venti secoli, risiede proprio nella sua irriducibile vulnerabilità.
Nel nostro tempo ossessionato dalla performance, dalla velocità e dalla costruzione di un sé invincibile, il Pugile ci restituisce qualcosa che preferiamo spesso nascondere: la stanchezza. La paura. La possibilità di essere fragili senza cessare di cercare. È un eroe stanco, quello di Tinti. Ma proprio per questo radicalmente umano. Non conquista il mondo, non trattiene la vittoria, continua soltanto, ostinatamente, a guardare verso l’alto.














