Nel ventre dell’ossimoro: Latella accende il suo Sole Nero a Torino

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Nel perimetro poroso della rassegna Casa Accademia 2026, l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino attiva negli spazi del Pastis un progetto che eccede il formato espositivo per farsi ambiente critico. Antrum Oximory: il paradosso dell’ossimoro, personale di Bruno Salvatore Latella, a cura di Gabriele Romeo con la co-curatela di Nina Panico, costruisce un’esperienza che si attraversa come una soglia: non luogo d’origine, ma spazio di deposito, residuo necessario su cui il mondo continua a scorrere.

L’impianto si articola attorno a una tensione binaria che non cerca sintesi. Cupere e Obedi, desiderio e obbedienza, diventano polarità operative, vettori di una dinamica collusiva che definisce il presente. L’ossimoro, qui, non è figura retorica ma struttura del reale: una coesistenza irrisolta che organizza tanto il pensiero quanto la percezione.

La pratica di Latella attraversa il digitale per poi incarnarsi in una materia ambigua, a metà tra superficie e corpo. PVC adesivo, Vantablack, acrilico dorato Maimeri: materiali che costruiscono un campo visivo instabile, dove il nero assoluto agisce come dispositivo ottico e fenomenologico. Non semplice assenza, ma saturazione percettiva che sottrae coordinate, genera disorientamento, costringe lo sguardo a rinegoziare continuamente il proprio statuto.

Le figure che emergono sono ibride, antropomorfe, attraversate da un immaginario che attinge tanto all’archetipo quanto al digitale. Il mostruoso non è deviazione ma linguaggio: una forma di conoscenza che mette in crisi ogni tassonomia rassicurante. In questo senso, l’opera si colloca dentro una linea di ricerca che interroga il simbolo come campo dinamico, come spazio di tensione culturale e storica.

Al centro del percorso, Black Sun, un Quadruslight, concentra e rilancia l’intero sistema e  si impone come nucleo generativo e punto di convergenza. Non è una luce che chiarisce, ma una soglia che attrae: un sole che nega la propria funzione illuminante e, proprio per questo, attiva una tensione conoscitiva. È qui che il lavoro rivela la sua natura più radicale: non offrire risposte, ma esporre il bisogno umano di produrle anche in assenza di appigli.

Il progetto si radica in una riflessione esplicita sull’Antropocene, inteso non solo come epoca geologica ma come paradigma culturale. L’intervento umano ha alterato in modo irreversibile gli equilibri del pianeta, trasformando il reale in una rete di stratificazioni dove naturale e artificiale risultano ormai indistinguibili. In questo scenario si innesta la figura dell’Homo Deus: un soggetto che, nel tentativo di trascendere la propria condizione, genera nuove fratture, nuove zone d’ombra.

Lo spazio espositivo si comporta come un ambiente narrativo a flussi paralleli. Violenza e benessere, luce e buio scorrono senza mai incontrarsi. L’attrito è costante ma invisibile, una tensione latente che struttura l’esperienza senza mai risolversi. Anche la luce finale, lungi dall’essere catartica, si rivela ambigua: promessa di sintesi che porta inscritta la stessa logica di esclusione che vorrebbe superare.

In questa prospettiva, Antrum Oximory è quasi un dispositivo pedagogico, coerente con la formazione di Latella, che intreccia pratica artistica e dimensione educativa. Non si tratta di trasmettere un contenuto, ma di attivare uno sguardo: una lente dicotomica capace di leggere il presente nelle sue contraddizioni.

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