Nel lavoro di Davide Genna convivono tensioni antiche che non cercano sintesi, ma attrito. Non è una semplice dialettica tra esprit de finesse ed esprit de géométrie, né una reiterazione della frattura tra apollineo e dionisiaco così come formulata da Friedrich Nietzsche. Piuttosto, come scrive Paolo Sciortino, Genna “incarna e trascende le sostanze e gli umori che hanno corroborato il nucleo complesso dell’evoluzione dell’arte”.
Genna lavora come un amanuense contemporaneo e, insieme, come un operatore della memoria visiva. Il suo gesto è accumulo, selezione, montaggio. Non a caso, Sciortino lo descrive come “un automa diligente che tutto ricorda e uno sciamano posseduto che tutto rievoca”: una doppia natura che definisce l’intero impianto della sua ricerca.
In Half End of the West (2014), opera cardine del suo percorso, la citazione da Gustav Klimt si trasforma in dispositivo critico. Il corpo femminile disteso è costruito attraverso una proliferazione di volti e frammenti corporei tratti dalla cronaca: immagini capovolte, ricontestualizzate, rese anonime e universali. È qui che emerge con forza quella che Sciortino definisce “una masticazione meditata e selettiva di tutti i saperi artistici”.
L’origine di questa tensione è profondamente contemporanea: la giustapposizione mediatica tra tragedia e intrattenimento, tra crisi economiche e corpi esposti. Genna non denuncia apertamente, ma espone il meccanismo, lo rende visibile. La carne diventa archivio, la pelle superficie di montaggio.
Nel fondale polimaterico e nei materiali domestici affiora una dimensione ulteriore: quella di un “umanesimo parallelo che infiamma le esperienze creative dell’artista” (Sciortino). Memoria privata e trauma collettivo convivono senza gerarchie, come sedimenti di una stessa materia.
La produzione seriale, un’opera per ogni anno, introduce il tempo come struttura. Non diario, ma stratificazione. In questo atlante visivo della condizione umana, il peccato diventa figura ricorrente. Le deformazioni, le asimmetrie, le fragilità anatomiche restituiscono una grazia perturbante che richiama il momento originario dell’errore. L’eco di Adamo ed Eva attraversa l’intero impianto: “il peccato originale… rappresentato con levità soave”, come osserva ancora Sciortino.
Eppure, nonostante la densità tematica, l’opera di Genna non cede mai al caos. Esiste una geometria interna, “una maniera rassicurante dell’algoritmo geometrico, antagonista del Caos”, che governa la composizione. È in questa tensione tra ordine e proliferazione che si definisce la sua cifra poetica.
Avvicinarsi alle opere è fondamentale. Solo nella prossimità emergono le stratificazioni: “le miriadi di volti ritagliati e giustapposti… ferite, lacerazioni, ecchimosi” che compongono la superficie. Un’orgia di fisionomie, tutte a occhi chiusi, che rende visibile l’invisibile: la memoria della colpa.
In definitiva, come suggerisce Sciortino, il lavoro di Genna è “arte nuova, certamente, ma magnificamente classica, e semplicemente contemporanea”. Un sistema visivo in cui opposti solo apparentemente inconciliabili, aceto e lievito, fede e ragione, natura e cultura, condividono la stessa matrice. La mostra è visitabile fino al 26 aprile alla Galleria Area 35 di Milano.














