La sberla pop di Felipe Cardeña: se il Kitsch (d’autore) salva Milano dal grigiore dandy

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mostra Bloom Revolution di Felipe Cardeña a Milano, recensita da Emanuele Beluffi
"Bloom Revolution" di Felipe Cardeña a Milano. (Foto Felipe Cardeña/Critica di Emanuele Beluffi)

Felipe Cardeña, chi è costui? Un personaggio alla Banksy? Un collettivo tipo le rompicoglioni contro il Padiglione della Russia? Una moltitudine à la Wu Ming? Un vip come Craxi che firmava i suoi articoli con lo pseudonimo Ghino di Tacco? Una barba finta degli 007 italiani che vogliono minare il sistema dell’arte dalle fondamenta? La risposta è la stessa che dava Amanda Lear su di sè e forse la verità la sapeva solo Salvador Dalì.

Comunque la pensiate, c’è una Milano che si illude di liquidare la propria quota di audacia estetica nel dandy-ismo prêt-à-porter dei suoi salotti buoni, un minimalismo finto-sobrio che scambia la monocromia per rigore e l’assenza di idee per eleganza. È il trionfo del politicamente corretto applicato alle pareti delle gallerie. Poi, fortunatamente, c’è l’arte che scavalca la posa istituzionale e sceglie la via della saturazione, dell’eccesso, della carne. Lo dimostra Felipe Cardeña, appunto, con la sua Bloom Revolution, mostra che anima il Dazio di Porta Vittoria di good vibrations.

Contro quel grigiore burocratico travestito da intellettualismo, la proposta dell’artista misteorioso non scende a patti con la timidezza dei nostri tempi. Quella di Cardeña è un’orgia vegetale, un’epifania pop e allucinata che bombarda la retina del visitatore senza lasciargli alcuna via di fuga. Tessuti sovrapposti, icone sacre e profane che galleggiano in un mare di petali artificiali, un horror vacui esasperato che si fa beffe delle geometrie rassicuranti del contemporaneo. È l’anarchia del colore vero che si riprende lo spazio, ridicolizzando le mezze misure e il buon gusto di regime.

Il Kitsch come redenzione: la lezione di Broch e Dorfles

mostra Bloom Revolution di Felipe Cardeña a Milano, recensita da Emanuele Beluffi
“Bloom Revolution” di Felipe Cardeña a Milano. (Foto Felipe Cardeña/Critica di Emanuele Beluffi)

Davanti a questo florilegio esasperato e volutamente sovraccarico, il critico da manuale – quello cresciuto a pane e concettualismo da accademia – si affretterà a liquidare l’operazione etichettandola come “Kitsch”. Ma commetterebbe l’errore di non comprenderne la natura militante. Se per Hermann Broch il Kitsch rappresentava il “male nel sistema dei valori dell’arte”, l’elemento spurio che confonde l’estetica con una rassicurante melassa sentimentale, Cardeña compie un ribaltamento radicale: non subisce il Kitsch, ma lo trasforma in un dogma aristocratico e liberatorio.

Siamo nel cuore della teorizzazione di Gillo Dorfles. L’universo visivo di Cardeña intercetta magistralmente quel “Kitsch d’autore” che il critico triestino individuava come il vero motore fagocitatore del gusto moderno. L’artista catalano non scivola nel cattivo gusto per errore; lo seziona, lo esaspera e lo sublima, offrendo una giungla ultra-cromatica che diventa lo specchio perfetto – e spietato – di una civiltà occidentale ormai narcotizzata dai pixel degli schermi.

Dimensione Estetica L’Approccio Cardeña
Conformismo radical-chic Provocazione visiva e carnevalesca
Il Kitsch etico (Broch) Consapevolezza ironica e sacralità pop
Minimalismo milanese Saturazione totale e horror vacui

Una sberla di vitalismo contro il conformismo milanese

Non c’è spazio per la contemplazione bucolica o per la delicatezza impressionista in questa foresta di simboli. La natura di Cardeña è sfacciatamente artificiale, un campionamento digitale che si fa collage polimaterico per restituirci una primavera violenta. È un vitalismo esasperato che agisce come perfetto antidoto al puritanesimo estetico dei saputelli prestati all’arte.

In una città che gioca a fare la trasgressiva ma si scopre tragicamente conformista e burocratica, questa mostra ha l’indubbio merito di non concedere sconti o mediazioni, piaccia o no al nostro Cardeña, al quale ci sa che manchi solo il sigaro cubano. O si accetta il travolgente shock floreale, o si sceglie di rimanere confinati nel rassicurante silenzio della mezza tinta. Cardeña ci ricorda, con un sorriso beffardo, che l’unica rivoluzione estetica possibile oggi passa attraverso il superamento del gusto codificato. Una sberla pop salutare per risvegliare la coscienza della città.

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