“A che ora è la fine del mondo?” Luciano Ligabue lo chiedeva negli anni Novanta con quella tipica ironia disincantata che oggi suona meno come una battuta rock e più come una diagnosi culturale. La risposta, almeno a Milano, potrebbe essere: la fine del mondo è già avvenuta, ma ha lasciato accese le luci. E proprio sulle luci, letteralmente, si gioca Endgame, la nuova personale di Max Papeschi presentata da Quadruslight negli spazi di Loro Milano, in collaborazione con Solo Gallery e il mensile Millennium.
L’operazione ha qualcosa di molto contemporaneo: prendere l’apocalisse, trasformarla in un’esperienza immersiva e retroilluminarla a LED. Il sistema tecnologico sviluppato da Quadruslight non si limita a illuminare le opere: le rende superfici luminose, quasi schermi sacri di un’iconografia pop che brilla con la stessa intensità di una vetrina di Times Square. Il risultato è un’estetica da fine dei tempi con resa cromatica da flagship store.
Il titolo Endgame è già un programma, o forse una dichiarazione di stallo. Da un lato l’eco teatrale di Samuel Beckett e del suo Endgame, come scrive nel testo di Fortunato D’Amico, dove la fine si consuma senza mai arrivare davvero; dall’altro il kolossal definitivo della Marvel, Avengers: Endgame, in cui la fine arriva eccome, ma solo dopo tre ore di esplosioni, sacrifici e merchandising. Papeschi si piazza esattamente nel mezzo: nel punto in cui la catastrofe è già successa, ma continuiamo a produrre immagini come se bastasse un nuovo poster per salvarci.
L’artista costruisce un atlante visivo della condizione occidentale in cui sacro, tecnologia e violenza si sovrappongono senza mai annullarsi. Le icone religiose convivono con robot e droni, la pittura classica dialoga con la cultura di massa, e tutto sembra suggerire che la civiltà occidentale abbia trovato un modo elegante per gestire il proprio fallimento: estetizzarlo.
In questo senso Papeschi non fa satira o meglio, non nel modo in cui la si immagina. Non c’è la caricatura urlata, ma una calma quasi chirurgica. Le immagini sono seducenti, ordinate, perfette. È proprio questa perfezione a risultare inquietante, come un telegiornale in cui scorrono tragedie globali con la stessa grafica accattivante delle previsioni meteo.
La tecnologia di Quadruslight amplifica questa sensazione: le opere non sono semplicemente illuminate, sono progettate per funzionare come dispositivi visivi contemporanei. Non più quadri da contemplare, ma superfici che competono con gli schermi che ci circondano. Se la fine del mondo deve arrivare, almeno che sia in alta definizione.
A rendere l’atmosfera ancora più sospesa contribuisce la colonna sonora composta da Philip Abussi Mokamusic: una Marsigliese fantasma, rallentata e sintetica, che accompagna il visitatore come un inno nazionale suonato dopo la fine dello Stato
Alla fine del percorso resta una sensazione ambigua: non quella di aver assistito alla fine del mondo, ma a qualcosa di forse più realistico, il suo eterno dopo. Un mondo che continua a funzionare per inerzia, producendo immagini, tecnologia e simboli come se bastasse continuare a premere “play” per evitare lo schermo nero.
Ligabue chiedeva a che ora finisse il mondo. Papeschi, con Endgame, sembra rispondere che non c’è un orario preciso: la fine è un processo, una replica continua, un loop luminoso in cui continuiamo a guardarci, riflessi, anche quando lo spettacolo è già terminato. E forse, come nelle migliori serate rock, nessuno ha davvero voglia di tornare a casa.













