‘Pagine milanesi’ di Giovanni Cerri: vedute iconiche e ritratti letterari raccontano la città tra memoria, nebbia e poesia
Milano può stare dentro una tela piccola. O meglio: dentro una pagina. È questa la sensazione che accompagna la mostra Pagine milanesi. Luoghi e volti per raccontare una città di Giovanni Cerri a cura di Vera Agosti, ospitata negli spazi raccolti della Libreria Ancora, a due passi dal Duomo. Una ventina di dipinti che sembrano appunti visivi, frammenti di una città osservata con sguardo insieme affettivo e inquieto.
Cerri, milanese classe 1969, non è nuovo a questa pratica del “taccuino urbano”. Fin dagli esordi, alla fine degli anni Ottanta, la sua pittura ha frequentato le periferie, i bordi della città, le architetture dimenticate. Qui però il discorso cambia leggermente registro: il centro diventa protagonista. O meglio, i suoi simboli.
Le guglie del Duomo, la Basilica di Sant’Ambrogio, il Vicolo dei Lavandai, la Torre Velasca, la Scala, la Stazione Centrale. Icone milanesi ridotte a dimensioni intime, quasi domestiche. Cerri le dipinge con una materia pittorica vibrante, che tiene insieme lirismo e una sottile tensione espressionista. Le superfici sembrano respirare: la città emerge e si dissolve dentro velature leggere, tra grigi lattiginosi e improvvisi chiarori.
È la nebbia – naturalmente – a fare da regista silenziosa. Non una nebbia nostalgica, ma una presenza atmosferica che smussa i contorni e rende Milano qualcosa di mentale prima ancora che geografico. Poi, all’improvviso, il colore si apre: toni più chiari, più distesi, come se la città concedesse momenti di quiete dentro il suo continuo movimento.
E movimento significa anche tram. Non poteva mancare il celebre convoglio bianco e giallo che dal 1928 attraversa Milano con il suo sferragliare metallico. Nel dipinto di Cerri diventa quasi un segno grafico, un filo che cuce insieme memoria e quotidianità.
Ma Pagine milanesi non è soltanto una geografia urbana. La mostra introduce anche quattro presenze letterarie che con la città hanno costruito un dialogo profondo: Giovanni Testori, David Maria Turoldo, Alda Merini e Alessandro Manzoni. Volti che emergono dalla pittura come apparizioni discrete, omaggi a una Milano che è anche capitale di parole e di pensiero.
La scelta non è casuale. Esporre in una libreria significa inevitabilmente confrontarsi con la dimensione narrativa dello spazio. E Cerri, in fondo, dipinge proprio questo: storie condensate in immagini. Piccoli quadri che funzionano come pagine aperte, dove Milano si lascia leggere tra architetture, nebbie e memorie culturali.
Il risultato è una mostra compatta ma sorprendentemente densa. Una Milano ridotta all’essenziale, quasi sussurrata. E proprio per questo, forse, ancora più riconoscibile.













