Luigi Dellatorre: ago, denim e arte per ricucire l’umanità

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Luigi Dellatorre artista visivo e performer, nato a Cassolnovo nel 1953 in provincia di Pavia, creatore di quadri, arazzi, installazioni, performance, e video. Di formazione è Perito Industriale Meccanico, e dopo avere frequentato i corsi serali di pittura e ceramica all’Istituto V. Roncalli di Vigevano, dove vive e lavora, l’ecosofista non  ha più smesso di dedicarsi alla sua passione: l’arte  etica conseguita da autodidatta.

Quando hai deciso di fare l’artista e perché hai cambiato vita?

Ho deciso di intraprendere la carriera artistica a 38 anni, nel 1991. Mi sono licenziato dal lavoro di impiegato tecnico di raffineria petrolifera, per dedicarmi totalmente all’arte.  Ho preso questa decisone per un bisogno espressivo che mi tormentava da anni. Ma questa drastica scelta l’ho conseguita solo per il totale supporto di mia moglie, che negli anni non si è mai affievolito.

Sei sostenitore del concetto di “Poesia Totale”, ti consideri un “artivista“ e cosa significa e come diventa pratica artistica?

Ti rispondo di sì se ti riferisci al progetto poetico di Adriano Spatola. Sono anche un artista attivista, nel senso che la mia pratica artistica nasce dal bisogno di contribuire a migliorare il mondo attraverso l’arte. A tal fine, nel 2016, ho iniziato il ciclo di opere intitolato: “Cucire il mondo”, tuttora in corso.

 Nel 2018 al Museo Archeologico Nazionale di Venezia hai esposto per la prima volta “Cucire il mondo”, di che cosa si tratta?

Il progetto “Cucire il mondo” è incentrato sulla metafora della cucitura come strumento di indagine e connessione globale. Attraverso questa prassi – che trova nelle mappe del mondo un punto cardine – esploro i temi dell’interconnessione globale e della cooperazione tra i popoli. Dal 2016 realizzo opere cucite a macchina su tela jeans, tracciando rotte e unendo territori per stimolare riflessioni su un futuro di unità, dialogo e positive relazioni tra i popoli. Le cuciture non sono realizzate con punti dritti – metafora di facili percorsi lineari – ma prodotte intenzionalmente con punti a zig zag che si dispiegano in incerti e contorti tracciati, il cui scompiglio si caratterizza come l’evidenza delle difficoltà che si frappongono al raggiungimento dell’auspicata cucitura del mondo. Preciso che non si tratta di ricucire, come talvolta viene erroneamente interpretato il mio lavoro, perché il mio operare non consiste nel riparare l’esistente, ma nella creazione di una nuova entità. “Cucire il mondo” significa generare nuove connessioni; pensare globalmente l’umanità e il pianeta; creare visioni che orientano gli sguardi e le menti sulla centralità della Terra come dimora della nostra esistenza e di quella di tutte le forme viventi.

Hai scritto un Manifesto Etico di trasformazione sociale dell’Arte, come pratica per salvaguardare il nostro Pianeta, per il momento l’unico abitabile, ci racconti nello specifico di che cosa si tratta esattamente?

Come appartenete al Movimento Arte Etica, ho redatto un Manifesto Etico, che si intitola: “Agire dal basso, Cucire il mondo”. In esso ho dichiarato le linee che guidano il mio lavoro artistico, e che ti sintetizzo brevemente.

“Il mondo ha bisogno di unità, pace e benessere condiviso tra tutti i suoi abitanti, nel massimo rispetto della Natura. E’ fondamentale che tutti gli stati, le società e gli individui si impegnino ad adottare strategie per conseguire il raggiungimento dei bisogni primari e i più alti valori spirituali, etici e culturali per ogni essere umano. L’Arte a forte Responsabilità Sociale deve stimolare la coscienza delle persone, al fine di generare processi culturali aperti al dialogo e al profondo senso di consapevolezza individuale e globale”.

Nel 2018 hai aderito al Manifesto Arte Etica, con quali altri artisti hai agito e dove?

Il Movimento Arte Etica si è formato nel 2016, ad opera dei titolari della ARTantide Gallery di Verona: Sandro Orlandi Stagl e Paolo Mozzo. Io ne faccio parte dal 2018. Come in tutti i gruppi ci sono state defezioni e nuovi ingressi, ma il numero degli artisti si è sempre mantenuto intorno a dodici. Quelli stabilmente presenti sono: Marco Bertin, Julia Bornefeld, Gianfranco Gentile, Marco Gradi, Franco Mazzucchelli, Matteo Mezzadri, Jorge Pombo, Alberto Salvetti, Alessandro Zannier ed io. Con loro ho partecipato a numerose collettive, le più significative si sono tenute al Museo Archeologico Nazionale di Venezia, al Museo Naturalistico Archeologico e al Museo Diocesano, entrambi di Vicenza e alla 14a Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Curitiba (BR).

Al Museo Galata di Genova hai esposto di recente il ciclo “Cucire il Mondo” opere in tela denim realizzate con ago e filo, di quale mondo parli esattamente e cosa hai realizzato di nuovo per questa mostra?

Il mondo di cui parlo è una realtà purtroppo utopica, un’entità che prende forma nel momento in cui la genero con l’atto performativo del cucire.

Al Galata ho esposto 24 opere di grandi dimensioni realizzate su tela denim écru e un video. Sette di questi lavori sono inediti; al loro interno sono presenti aerei e navi: simbolici aghi che, con fili invisibili, cuciono il mondo.

La mostra è documentata da un catalogo curato da Sandro Orlandi Stagl, che ha scritto il testo critico; altri testi in catalogo sono di Giosuè Allegrini, Sofia Abbo e miei.

Per te “Cucire il mondo” significa ricomporlo?  Tutte le opere esposte sono state realizzate con ago filo e tessuto denim perché?

Per me “Cucire il mondo” significa generare uno scenario inedito: l’unione di realtà separate che prende forma attraverso l’atto umile, ma decisivo del cucire. Un processo creativo nel quale un esile filo genera nuove connessioni e risveglia il senso profondo del nostro essere al mondo e nel mondo.

Un altro rilevante aspetto che caratterizza le opere “Cucire il mondo” è l’uso del denim come materiale costitutivo dei lavori. Il suo utilizzo è fortemente motivato dall’originario uso per gli abiti da lavoro, dal valore simbolico di libertà che ha assunto nel tempo, dalla diffusione mondiale nell’abbigliamento quotidiano e dal suo colore blu. Nelle opere, le ribollenti alchimie dell’Arte, hanno mutato il denim in una simbolica pelle del mondo. Una pelle blu: blu come il mare, il cielo e la nostra meravigliosa Terra vista dallo spazio. Un “Pale Blue Dot” (pallido punto blu), se fotografata dai confini del sistema solare.

Tra le tue azioni, opere, performances che comprendono parola, immagine e poesia, quali secondo te sono state più provocatorie e dadaiste?

Memore della mia interpretazione teatrale in “Finale di partita” di Samuel Beckett, del 1976; nel 1995 ho realizzato un ciclo di milleuno opere intitolato come la pièce beckettiana. Le opere sono le pagine pubblicitarie che ho prelevato dalle riviste patinate di quegli anni. Su di esse ho scritto brevi frasi estratte a caso da libri presi senza cura ed aperti casualmente. Le incongruenze prodottesi nelle pagine pubblicitarie hanno generato sconcerto e mancanza di senso, come nel dramma di Samuel Beckett. Le opere – come “sacre reliquie” -le ho poi plastificate per trasmetterle integre a futura memoria.

Con il mio intervento di scrittura, non mi sono proposto di annullare le pagine pubblicitarie; mi sono limitato ad inserire un “virus” che ne alterasse e sospendesse la struttura seduttiva, per innescare nell’osservatore il dubbio indagatore.

L’arte può indicarci la via verso una scultura della speranza o ad essere più responsabili?

Ti rispondo con l’aforisma di Confucio che ho messo in esergo al mio testo “Cucire il mondo” del 2017: “Se pensi in termini di anni, pianta il riso. Se pensi in termini di decenni, pianta alberi. Se pensi in termini di centinaia di anni, insegna alla gente”. Credo che uno dei compiti dell’arte sia di insegnare alla gente.

Con quale artista contemporaneo vorresti esporre entro il 2030 e dove?

Mi piacerebbe fare una bipersonale con Tiffany Chung, un’artista internazionale di origine vietnamita: la mostra dovrebbe tenersi all’ONU.

L’arte è utile, perché?

L’arte travalica il senso dell’utile per acquisire quello dell’indispensabile; e questo non da ora, ma da quando l’umanità ha preso coscienza di se stessa!

A quale progetto stai lavorando?

Continuo con il progetto “Cucire il mondo” perché voglio esplorare le sue molteplici potenzialità che mi sorprendono ogni giorno.