Enrico Mattei, quel “corsaro” moderno al servizio dell’Italia

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Con uno stile frenetico e ipnotico, tra allucinazione e rivelazione. maestro di una scrittura impulsiva, viva, palpitante che con la sua penna ha illuminato storie dimenticate ed atipiche. Resuscitando personaggi ammalianti, distorti, grotteschi, ma allo stesso tempo archetipici e reali. Da Ungern Stern a Bela Lugosi, raccontando la lunga insonnia della ragione che genera mostri nel suo “club degli insonni”(GOG). È Federico Mosso tra le penne più originali del panorama italiano. Che nel suo ultimo “Ho ucciso Enrico Mattei”(GOG), crea un grande e allucinato affresco della società italiana, lucido e spietato, tra la spy-story e il dramma politico, il “caso Mattei” di Rosi e “American tabloid” di Ellroy. Scompigliando il romanzo nero e di spionaggio, creando un mondo storico che non si limita alla biografia di un personaggio, ma esprime il ritratto di un epoca. Al centro Enrico Mattei, il controverso fondatore dell’Eni. Arciitaliano ed anti italiano. Tra Cesare e Olivetti, ambizioso e camaleontico, riservato e orgoglioso. Raccontando la storia ammaliante di questo “italiano che non sapeva cantare” dalla resistenza alla tragica e complessa fine dopo aver costruito uno dei più grandi colossi industriali italiani.

A 60 anni dall’omicidio Mattei quanto è attuale la vicenda di questo straordinario Gran Visir dell’Italia del dopoguerra?

La vicenda è assolutamente attuale per varie ragioni. L’esperienza di Enrico Mattei e la sua lotta per portare l’Italia ad una posizione di vantaggio strategico nel campo energetico dovrebbe essere d’ispirazione anche per i tempi odierni. Negli ultimi anni si parla sovente di “sovranismo”, ma il termine giusto dovrebbe essere a mio avviso ancora più marcato: “indipendenza”. Indipendenza energetica, indipendenza economica, ergo indipendenza politica. In tal senso la lezione di Mattei è un esempio storico di come si possa essere orgogliosi protagonisti di una riscossa nazionale, liberi e ribelli, ma con una visione concreta e sociale. Ha incarnato un sentimento neo-risorgimentale e quell’esempio può essere ancora colto, perché senza ENI e Mattei il cosiddetto boom economico non sarebbe esploso con tal potenza.

Per Montanelli un corruttore “a nostre spese senza badare a spese”, per Marchesi “un comunista naturaliter”. Per Federico Mosso chi era Enrico Mattei?

Per me Enrico Mattei è stato un grande condottiero della rinnovata industria italiana. Condottiero o corsaro se si preferisce. Un corsaro è un pirata legittimo, cioè autorizzato dal suo sovrano (l’Italia nel nostro caso) alla guerriglia dei mari, un prode cavaliere d’acqua che combatte per la propria patria. Enrico Mattei si paragona al celebre Francis Drake, si sente un corsaro moderno al servizio dell’Italia per conquistare un posto di rilievo e di prestigio nell’industria petrolifera mondiale.

La storia prende in esame un periodo che va dalla Resistenza ad anni successivi al caso, per lei la vicenda del fondatore dell’Eni è il paradigma “di un destino italiano”?

Destino: la determinazione fatale dell’accadere; il susseguirsi di eventi ineluttabili, già stabiliti dal fato. Destino italiano visibile e destino italiano oscuro: quando il percorso del fato subisce interventi e viene stabilita una nuova rotta degli eventi da forze superiori extranazionali, le quali correggono il percorso storico nel momento in cui esso esce da binari già decisi. Due esempi, il primo, dalle parole di Enrico Mattei – ovvero il destino italiano, visibile, come frutto di un’opera economica nazionale e rivoluzionaria:

“Lo Stato deve mantenere nelle sue mani la fonte di energia che esso stesso ha scoperto e adoperarla nell’esclusivo interesse del Paese. L’Italia ha finalmente una base per svilupparsi industrialmente e questo ci porterà alla prosperità”.

Il secondo esempio, dalle parole del sicario Joe – ovvero il destino come risultato di un’azione di aggiustamento, di un’offensiva di guerra non convenzionale per correggere la piega degli eventi qualora questa prendesse un percorso in contrasto con un equilibrio già stabilito in precedenza. Il destino oscuro che corregge il destino italiano:

“Per certi versi mi sento un pioniere. Operiamo sotto la superficie, nella melma dell’intrigo invisibile e correggiamo il tempo, portiamo il presente dove vogliamo che esso si diriga. La Storia è un concatenarsi di eventi legati tra loro, vero. Ma talvolta occorre che il meccanismo del concatenamento venga oliato od aggiustato. I tempi sono cambiati, evidentemente, le esigenze pure, non ci sono singole personalità nel mirino, ma chiunque può essere preso di mira. Diffondere il senso di paura, espandere il terrore”.

Giovanni Lindo Ferretti definisce il suo stile “lessico sabaudo”, lei come lo definirebbe?

Lessico notturno. Lessico impulsivo. Lessico a mitraglia. Lessico visionario. Lessico ipnotico. Scegliete voi quello che preferite. Posso dire che trattando temi storici, dopo lunghe sessioni di studio – disciplinato e rigoroso – libero dalla gabbia la penna e la lascio correre a briglia sciolta, seguendo istinto, visioni, mondi paralleli. Lo stile vien da sé, come gli gira. E poi forse ha ragione Giovanni Lindo Ferretti, il mio è un lessico particolare e singolare, sabaudo, vintage e futurista allo stesso tempo, una continua sperimentazione tra la polvere del passato storico e i neon e gli scoppi di una narrazione che vuole schizzare in orbita, talvolta senza meta precisa.

Quali sono state le letture che la hanno formata e a chi si ispira stilisticamente?

Leggo moltissimo fin da bambino. concentriamoci sui testi di narrativa (quelli storici meriterebbero una domanda a parte) che più mi hanno orientato nella stesura di Ho ucciso Enrico Mattei. Considero come un gran maestro il genio del noir James Ellroy, romanziere americano che con la sua Triologia americana (American Tabloid, Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio) ha creato una perfetta alchimia tra Storia e finzione dove nessuno è innocente. Ellroy mi insegna la magnifica allucinazione storica con scrittura frenetica – frasi come lame di rasoio, parole in raffica senza alzare il dito dal grilletto, lettere nella forma di proiettili.

Il brano o la frase a cui è più legato o che considera i più belli del romanzo

Ne scelgo uno tra i tanti:

“Mattei scorge il tetto di una cascina, file di alberi, campi fangosi bagnati da pioggia padana. Sta cadendo nel Nord Italia, la sua Italia. Patria che lo amava, Paese che lo odiava. Tutto sta per finire. L’ultimo pensiero di Enrico Mattei è di rimpianto. Non è riuscito a completare la sua opera. Enrico Mattei sussurra una parola d’amore al buon Dio”.