«Per Lucio», l’Hemingway della musica italiana

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Dalla musica al cinema. È un viaggio ideale, a bordo di una «fantastica Carrera», come canta lui stesso nel brano «Mille Miglia», quello che Lucio Dalla compie nella pellicola del regista Pietro Marcello «Per Lucio». Presentato al 71esimo Festival del Cinema di Berlino nella sezione Berlinale Special in occasione dei 78 anni dalla nascita del cantautore bolognese, è prodotto da Beppe Caschetto e Anastasia Michelagnoli, con IBC Movie e Rai Cinema in collaborazione con Avventurosa.

E proprio «Mille Miglia» è una delle canzoni attorno alla quale si dispiega il racconto di un Lucio Dalla uomo, artista, «poeta tra la gente», come lo ha definito Pietro Marcello durante la conferenza stampa di presentazione avvenuta ieri. «Mille Miglia» che «con le sue automobili sfreccianti e i suoi piloti/eroi, diventa lo specchio delle migliaia di operai ed operaie che sono diventati l’ossatura della grande fabbrica italiana della Fiat». Ecco allora che Lucio Dalla racconta l’Italia. Lui, artista immerso nella sua epoca storica, narra un Paese in ricostruzione dalle macerie della guerra, che trova lo slancio per proiettarsi nel futuro grazie alle fatiche e all’ostinazione del suo popolo. Ma narra anche le contraddizioni sociali, il consumismo sfrenato dell’Italia del boom economico e le rivendicazioni degli esclusi. «È una sorta di Hemingway della musica, perché Lucio Dalla vive in mezzo alle persone e racconta quell’umanità nei suoi testi». C’è dunque storia, politica, neorealismo in Lucio Dalla. In questo senso è preziosa la collaborazione con Roberto Roversi, scrittore e libraio, anche lui un bolognese doc, con il quale nel 1974 nasce un inossidabile sodalizio artistico. Prima ancora, nel 1971, Dalla porta in un Festival di Sanremo in bianco e nero la sua «4 marzo 1943». Basco nero e barba, Lucio Dalla calca il palco dell’Ariston per la terza volta, e non poteva essere altrimenti per un artista così profondamente italiano. Ma la sua vena artistica si leva anche oltre la dimensione geografica. «È sempre stato un artista geniale, mai mediano, non ha avuto modelli, la sua originalità è unica e irripetibile. È stato rappresentativo», dice Marcello, «perché le sue canzoni sono visive, visionarie, cinematografiche». Cinematografiche, appunto. «Ho nutrito il desiderio di fare un film su Lucio per almeno dieci anni», spiega ancora.

Marcello prova un’ammirazione per Dalla fin da quando era un bambino. Dopo aver realizzato il film «Il cantiere», nel 2004, parte da Caserta e raggiunge Bologna, dove lascia un nastro del film sotto lo zerbino di Dalla. È un episodio che lo avvicina al suo mito, ma l’incontro arriva anni più tardi. «Grazie a Toni Servillo». È per il tramite dell’attore che, un bel giorno, Marcello riceve una chiamata: dall’altra parte della cornetta è Dalla il quale, con fare gentile, si congratula per i suoi film. È un episodio cruciale. «Ma la mia epifania», racconta ancora emozionato, «è avvenuta più tardi»: quando, a Bologna, presenta il film «La bocca del lupo» fianco a fianco a Lucio Dalla. E oltre dieci anni dopo Marcello si trova a realizzare il suo desiderio, omaggia Lucio con un film in cui ne rievoca «la carriera cangiante, la personalità anarchica e il geniale talento attraverso la voce del suo impresario Tobia e del filosofo Stefano Bonaga, suo amico di infanzia». Ora il suo desiderio è ancora uno: «Presentarlo a Bologna, con una proiezione in piazza Maggiore, con Tobia e Bonaga. Spero che finisca la pandemia e che ci riusciremo. Vorrei idealmente consegnare il film ai bolognesi».