Nicola Verlato: come essere grandi artisti in Italia (nonostante la CIA)

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Nicola Verlato: come essere grandi artisti in Italia (nonostante la CIA)
Nicola Verlato, Judith, olio su tela, 2018, 170x130 cm

Una sera di più o meno dieci anni fa, durante l’inaugurazione di una mostra, un amico, pittore al di sopra della media, mi confidò la sua strategia: “Bisogna fare mostre con opere di piccole dimensioni”. L’Italia, almeno dal punto di vista del sistema economico dell’arte, è un paese piccolo e il suo collezionismo è direttamente proporzionale.

Ma ha ragione Camillo Langone sul Foglio di martedì 12 febbraio quando dice che non si può essere grandi artisti dipingendo un quadro francobollo di 20 centimetri per 20.

E ha ragione anche Francesco Bonami, quando, sempre sul fogliuzzo di cui sopra, dice che non c’è niente da fare, l’artista italiano ha una forma mentis radicalmente diversa da quella del suo omologo americano o inglese: questi ultimi di fronte a un chiodo su una parte pensano in grande e ti fanno l’installazione SUPERMAXI e l’esperienza performativa grandguignolesca, l’italiano invece ti fa il quadruccio. 

Ma ha ragione anche Giuseppe Frangi, che sulla stessa pagina, la butta un po’ così: ragazzi, avete ragione tutti e due, ma qui in Italia c’è “una generazione di artisti che garantisce [un’accessibilità] a un segmento molto più vasto di aspiranti collezionisti […]. In questo modo cresce oltretutto un collezionismo nuovo […]”. 

Ma poi, come direbbe Papa Francesco, chi sono io per giudicare? Sentiamo cosa ne pensa un artista, un pittore, uno che conosce piuttosto bene il sistema italiano e quello oltreoceano, essendo operativo a Los Angeles da diversi anni: Nicola Verlato.

Allora Nicola, hai mai fatto un quadro 20×20?

Non sono d’accordo con nessuna delle tre posizioni riguardo alla crisi attuale dell’arte italiana: ci sono artisti di grande successo internazionale che fanno solo quadri medio piccoli. Io faccio quadri enormi e quadri molto grandi (6 metri per 2.50 per un museo in Norvegia), ma anche piccoli.  La posizione di Bonami, invece, sottende l’eliminazione della specificità culturale italiana sull’arte per vedere gli artisti italiani affermarsi a livello internazionale, proprio in quanto spogliati della loro identità: non capisco cosa sia l’ italianità degli artisti italiani dal suo punto di vista. Trovo invece che quella Frangi sia una posizione  autocommiserevole: vede nella marginalità dell’arte italiana una fonte di gioie e virtù, che mi sembra sia invece solo frutto di rassegnazione e mancanza di visione.

Secondo te un giovane artista italiano che non riesce a camparsi della sua arte , deve o non deve fare le opere su commissione a prezzo fuori mercato?

Il punto è che non capisco per quale motivo ci si debba sempre riferire esclusivamente al mercato come unica piattaforma sulla quale organizzare il proprio lavoro: il mercato è organizzato, non è un dato che si debba ritenere scontato una volta per tutte. Se si studia almeno un poco di  storia dell’arte ci si accorge immediatamente che questa modalità di organizzazione dell’arte  si è imposta in modo univoco solo recentemente e a partire da specifiche esigenze culturali: le sue caratteristiche  non sono affatto neutrali e plasmano di necessità  l’arte stessa che viene prodotta. L’arte intesa esclusivamente come produzione di oggetti atti ad essere scambiati all’infinito è una ideologia. Non è detto che la si debba accettare supinamente, soprattutto se sono a disposizione altre possibilità più coerenti con il sostrato culturale di un paese come il nostro.

Ma poi sarà vero, per citare un noto spot anni 80, che per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande?

Per me le dimensioni delle opere non contano nulla, io preferisco fare quadri grandi ma é un fatto personale, il problema della marginalità dell’arte italiana odierna sta nel fatto che la  visione italiana dell’arte  corrisponde ad una impronta  culturale fortissima che ha dominato per secoli in Occidente, resa minoritaria solo di recente per questioni ideologico-religiose (pensiamo alla storia della iconoclastia per esempio)  e quindi di egemonia culturale. Bonami nel suo articolo ritiene che la rappresentazione pittorica e i suoi processi, che lui definisce “ferramenta”, sia il nostro punto debole, ma il realtà si tratta proprio del contrario: una visione culturalmente parziale che, per motivi sostanzialmente iconoclasti, è alla base della cultura dominante angloamericana, ha reimpostato l’arte negli ultimi 70 anni proprio a prescindere dalla rappresentazione pittorica e si é imposta per ovvi motivi storici e con il contributo fondamentale, fra l’altro, persino della CIA, come spero tutti sappiano.

Nicola Verlato: come essere grandi artisti in Italia (nonostante la CIA)
Nicola Verlato, Der Untergang des Abendlandes, 2019, olio su tela, 120×90 cm

Chi domina il campo?

Credo che sia più che evidente che siano i paesi di area angloamericano, con una iniezione fortissima di cultura germanica in termini filosofico-teoretici. Tutto ciò riflette una impostazione dell’arte di radice protestante che nulla ha a che fare con la nostra impostazione di radice cattolico-greco-romana. Nei paesi culturalmente egemoni la cosa sta venendo sempre di più in luce, mentre in italia ci si attarda a illudersi o credere alla favola che si viva in un contesto internazionale culturalmente omogeneo, dove le opere d’arte più “universali” si affermano sulle altre in quanto tali.

Trova le differenze fra un collezionista italiano e uno no

Secondo me sarebbe più interessante cominciare ad interrogarsi su come cominciare ad operare un cambio di paradigma culturale che sposti il baricentro dell’arte dal mercato, e quindi dalla sua perenne condizione di oggetto di scambio sospesa in una condizione di costante temporaneità e  mobilità  in cui versano le  opere all’interno del contesto odierno, verso una decisa affermazione di inamovibilità e necessità delle opere concepite per un luogo prestabilito che ne ha richiesto la presenza. Un’arte che si rifiuta di appartenere all’ambito mercantile e che è eminentemente pubblica, come quella di Blu ad esempio, ha un enorme riscontro internazionale proprio perché rappresenta una posizione culturale forte, anzi fortissima: é basata sul radicamento culturale antichissimo di cui dicevo e proprio per questo motivo viene  presa in considerazione per la sua rilevanza culturale nelle maggiori istituzioni pubbliche estere nonostante non sia sostenuta da nessun mercato e quindi da nessun collezionista.

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Nato a Milano, vivo e lavoro a Milano. Giornalista pubblicista. Laurea in Filosofia. Coordinatore di redazione presso Il Giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale e presso CulturaIdentità (RG Produzioni, Milano). Scrivo di macchine e moto su Drive'n'Ride. Ho curato cento mostre di arte contemporanea in Italia, in collaborazione con svariate gallerie d'arte; i relativi testi critici sono tutti pubblicati a catalogo e online. Ho scritto una monografia pubblicata da Skira. Nel 2016/17 sono stato coordinatore del gruppo Cultura del movimento politico di Stefano Parisi Energie PER l'Italia, candidato sindaco di Milano alle elezioni 2016. Ho prodotto un magazine cartaceo d’arte contemporanea a colori su carta patinata, presentato a diverse fiere internazionali d’arte contemporanea e di cui una copia è conservata al Centre Pompidou di Parigi. Attualmente sono conservatore della Biblioteca della casa-museo Fondazione Giancarlo Sangregorio di Sesto Calende (Varese). Profilo completo qui: https://www.linkedin.com/in/emanuele-beluffi/