Con le consuete tre cannonate, alle ore quindici del cinque febbraio avrà inizio la centoquarantunesima edizione del Carnevale di Viareggio. A rendere ancora più speciale l’edizione del 2017, oltre ai dieci mastodontici carri di prima categoria (alti fino a 20 metri), seguiti dai carri di seconda categoria e dalle mascherate di gruppo e isolate (per un totale di 39 opere), c’è il manifesto: una maschera nera con sotto due labbra rosse, un pugno di coriandoli e le stelle filanti colorate che scendono come boccoli. A realizzare il poster ufficiale, finalmente lontano dai freddi virtuosismi digitali che tanto piacciono agli odierni grafici che hanno la pretesa e la spocchia di ritenersi artisti, è stato un giovane signore di 104 anni: Giorgio Michetti.
In questa sua immagine di spiazzante efficacia e bellezza c’è riassunto, in pochi tratti, tutto lo spirito del carnevale di Viareggio, visceralmente diverso da tutti gli altri carnevali. E c’è anche tutta la storia della Versilia, la sensualità delle labbra ricorda il silvestre erotismo che emana il racconto “La gelosia del marinaio” di Mario Tobino. Un antico amico a cui Michetti ha dedicato un bellissimo ritratto, figlio di quella Versilia che non c’è più ma nella quale entrambi sono cresciuti. Anche lui era “il figlio del farmacista”, suo padre e quello di Tobino erano colleghi. Anche lui passava le sue giornate al Piazzone. “A quel tempo la strada era dei bambini. Il paese era un giardino, un salotto. Le donne lavavano tutti i giorni il marciapiede davanti casa con il sapone”. Esattamente cento anni fa Michetti iniziava a disegnare. In quell’anno la sua curiosità fu attratta dai prigionieri austriaci rinchiusi nel giardino di Villa Paolina, dove era ancora vivo il ricordo della sorella di Napoleone che si faceva il bagno nuda. Un tema a cui ha dedicato uno dei suoi quadri più recenti, ultimo di una lunghissima seri: oltre duemila cinquecento.
La prima mostra Michetti l’allestisce a Castiglioncello, siamo nel 1929 e ha diciassette anni. Al vernissage, un signore dalla testa calva e dal pizzetto canescente gli si avvicina e gli chiede chi sia l’autore di quei quadri. Il piccolo Giorgio gli risponde candidamente: “Sono io”. “Non è possibile! Questa è una pittura da grande” gli ribatte l’uomo che si chiama Luigi Pirandello. Poi, la vita, la guerra lo portano lontano dalla pittura. Le grandi mostre e le grandi vendite arrivano negli anni Sessanta. Inizia a vivere tra Milano e Lugano ma non diverrà mai noto e alla moda. Anche perché Michetti non ha mai avuto tessere. Nemmeno quella del fascio, come sottolinea, con una punta di orgoglio. Però, con raro senso del dovere, quando fu l’ora, non si tirò indietro e vestì il grigio-verde. Comandante di un plotone di fucilieri, spedito in Etiopia, torna con una decorazione al valor militare. Nel 1972 prima di una mostra a Parigi e di essere nominato membro dell’Academie des Arts, Sciences et Lettres, incontra, per caso, in un castello della Costa Azzura, Pablo Picasso.
Michetti gli fa i suoi complimenti e gli dice che anche lui è pittore. Per tutta risposta Picasso gli sputa un secco “Je m’en fout”. Michetti, figlio della terra che fu della repubblica anarchica di Apua, non si intimorisce: “Au revoir! Moi aussi je m’en fout”. Oggi tiene lezioni molto seguite su Youtube ed è presente in maniera intelligente sui social. Ma i suoi ritmi non sono cambiati, sono quelli, come dice lui, di un monaco (con la sola differenza che la sua vita è votata alla pittura): si alza alle sette, fa colazione e poi inizia a dipingere, dopo, però, aver pulito il suo marciapiede.













