La pièce teatrale “Finché giudice non ci separi” di Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli, racconta la storia di quattro amici, Mauro, Paolo, Roberto e Massimo, che hanno in comune la separazione dalla moglie e si trovano a fare i conti con bilanci in perdita: chi si è visto privare della dignità, chi della figlia, chi della casa, il tutto a causa di scelte di donne sbagliate e di una giudice intransigente.
Le quattro storie sono diverse fra loro, ma tutte classificabili in casistiche molto comuni nel purgatorio dei naufragi matrimoniali: c’è chi si vuol suicidare per il dispiacere, chi se la spassa passando da un’avventura all’altra, chi sta cercando di rifarsi una storia ormai consapevole della sua vera attitudine sessuale, chi vive da separato in casa.
E’ uno spaccato di vita che ben inquadra la quotidianità di molti separati, una sorta di psicodramma al fondo del quale ritrovare se stessi, una catarsi contemporanea che aiuta i protagonisti a capirsi e a capire cosa vogliono fare della loro vita.
Il ruolo dell’analista è, in questo caso, interpretato da un’ ufficiale giudicante che sgretola le antiche sicurezze dei quattro uomini, dando loro la possibilità di guardare al futuro con nuovi occhi. La giudice non è la causa del male ma colei che lo certifica, lo specchio veritiero che mette a nudo una realtà in cui la solitudine e il rimpianto del passato fanno forse preferire una “moglie rompipalle a un tonno mangiato da solo davanti a un frigo vuoto”.
Il testo è disseminato di battute brillanti che ci vengono restituite con simpatica freschezza da un gruppo di attori ben amalgamato, bravi a dosare ironia e senso di colpa. La commedia è ben diretta e interpretata da Augusto Fornari che, senza intellettualismi, riesce a farci sorridere dei nostri tic, delle nostre abitudini, delle nostre debolezze.
Ottima interpretazione anche di tutti gli altri da Luca Angeletti nei panni dell’amico equilibrato, da Nicola Vaporidis in quelli del piacione un pò cinico, a Toni Fornari nei divertenti panni dell’amico più “grezzo”. La visione maschile del rapporto di coppia viene brillantemente riequilibrata da Laura Ruocco che spezza una lancia a favore di tutte le donne, mettendo in luce le lacune degli ex mariti, capaci di mancare ai loro doveri anche nei confronti dei figli, fino a ignorare leggi e sentenze.
La pièce è a metà tra teatro e cinema per il linguaggio usato, la messa in scena e le storie raccontate.
Va indubbiamente vista con gli occhi di uno spettatore che non desidera un teatro di èlite e di ricerca, ma che predilige la filosofia del pane al pane, vino al vino. Un pubblico genuino, quello che a me sta più a cuore.
Trattare un tema come la separazione è sempre pericoloso. Il primo rischio è di cadere nella banalità, nella superficialità; il secondo nella pedanteria di un filosofeggiare che lascia il tempo che trova. Rischi che gli autori non volevano correre e forse proprio per questo ci si sono messi in quattro!















Non è facile parlare di divorzio, le donne vedono le cose dal loro punto di vista. E’ comunque una sofferenza. Se lo spettacolo riesce a parlarne sorridendo è una grande impresa
Mi sembri troppo indulgente con questi uomini. Però andrò a vedere lo spettacolo, mi hai incuriosito
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