Né Creonte né Antigone sono esseri appassionati. Sfuggono all’Eros. Creonte vede le persone amate in funzione dell’ordine, del bene della città; per lui i cittadini sono equivalenti, massa. Per Antigone i cari sono morti, perché è nell’Ade, dove ci si ama ben più a lungo. Non contano Emone (il fidanzato) e Ismene (la sorella). Nello spettacolo di Maurizio Panici prodotto dal teatro Argot Studio c’è un punto di vista che tralascia la legge divina: la preoccupazione del protagonista infatti è la garanzia del rispetto della legge umana. Polinice è morto combattendo contro la sua stessa patria, è dunque un traditore. Creonte, lo zio, regge il patto sociale e a stento riesce a chiudere le finestre del palazzo per impedire il terrificante fetore del cadavere insepolto. Panici, anche attore, si aggira in una claustrofobica stanza di interrogatori, attualizzando la terribile querelle presentando una Antigone ragazzina d’oggi (Valentina Carli), con ai piedi le scarpe da ginnastica e quel conflitto insanabile di sempre, sembra oggi un’adolescenziale gnagnera, un capriccio, una ripicca. Se l’Antigone di Brecht ce l’aveva col potere centrale, qui ad avvitarsi su stessa è la contestazione, il NO fine a se stesso che barcolla al ricordo del legame di sangue. Dirà lo zio: ” Chi ti ha regalato la prima bambola?” Oggi, la pseudorivoluzione di questa eroina sembra un gesto gratuito, una autoaffermazione testarda, un partito preso. L’esperienza trova il compromesso, conosce i limiti del mondo, tiene conto della realtà. Su uno schermo riecheggiano immagini delle rivoluzioni di sempre.
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