Se volete sapere tutto, ma veramente tutto, della produzione d’arte di Agostino Bonalumi (1935-2013) non dovete fare altro che un investimento nel Catalogo Ragionato di Agostino Bonalumi, la strepitosa opera editoriale in due densissimi e pregiatissimi tomi che Skira ha appena dato alle stampe. Progetto avviato quando il Maestro era ancora in vita e che in prima istanza doveva arrivare all’anno 2000, ma che la scomparsa del sommo artista ha fatto estendere al 2013, il Catalogo Ragionato è stato curato dall’Archivio Bonalumi (dal 2006 diretto da Fabrizio Bonalumi) e Marco Meneguzzo e contiene tutte le opere registrate nell’Archivio fino al settembre 2014; esse vanno dal 1950 al 2013, mentre per quelle registrate nel 2014 (quindi già archiviate ma non catalogate) è stata programmata la realizzazione di un terzo volume di aggiornamento nell’arco di cinque/sei anni. Le opere sono presentate in ordine cronologico con anno, tecnica, dimensioni, numero di archivio, collocazione (ma solo collezioni pubbliche, l’appartenenza a collezioni private è volutamente omessa), esposizione e bibliografia di riferimento.
Possiamo quindi affermare che il Catalogo Ragionato di Agostino Bonalumi copre fedelmente l’evoluzione del lavoro di una vita, secondo tre momenti cruciali mirabilmente coordinati nelle pagine dell’eccezionale opera di Skira:
- il primo, che va dalla fine del 1959 al 1971 e coincide con l’invenzione delle famose tele estroflesse, imbottite prima di carta e poi gommapiuma, dipinte con cemento liquido al posto del colore
- il secondo, che copre l’arco di tempo che va dal 1971 alla fine degli anni Ottanta, in cui nascono le opere “lamellari” o “a griglia”, la superficie diventa opera;
- l’ultimo, dal 1989 al 2013, quando l’artista vive un distacco netto dalla produzione precedente e il segno si fa più libero e gestuale assecondando per certi versi un ritorno agli anni Sessanta.
Dopo un ricco corredo di immagini di una vita e una antologia di scritti, chiude la “grande opera” una poesia di Bonalumi, il quale, forse non tutti lo sanno, oltre che grande artista visivo fu fine letterato e arguto teorico.

Tela estroflessa e tempera vinilica, cm 114×146
Agostino Bonalumi fu, come tutti i grandi, (anche) un anticipatore. La Sua arte si spiega non nel fatto estetico, ma nel suo farsi oggetto: “[…] Al contrario di altri, miravo già all’opera come oggetto, intendendo cioè il lavoro per la sua propria oggettualità e non come luogo della rappresentazione, pur volendo comunque restare alla pittura e alla tela” (Bonalumi, 1997). Era il superamento dell’opera d’arte fino a quel momento intesa nel circolo della rappresentazione e, volendo, il “manifesto” di quella generazione milanese che nel 1958 fondò il gruppo Azimuth (Bonalumi-Castellani-Manzoni) in opposizione alle tendenze artistiche dominanti dell’informale e della nuova figurazione. Se un “sacco” di Burri, ad esempio, diventava pittura e l’oggetto scompariva, Agostino Bonalumi faceva emergere la “totalità oggettuale” dell’opera senza negare l’oggetto. La sua era una sensazione dell’oggettualità, magari anche l’evocazione, alla lontana, di particolari di oggetti, una specie di “pre-reminiscenza” che poi si sarebbe vista in alcune declinazioni del design -lampade, moduli prefabbricati, tensostrutture. Quello che emergeva era l’estetica dell’oggetto e dunque, per dirla con Giulio Carlo Argan, “l’opera di Bonalumi non [era] pittura, non scultura, non architettura, ma l’artisticità di pittura, di scultura e di architettura” (Giulio Carlo Argan, 1974).

Due sono le direttive lungo le quali si sviluppò l’opera del Maestro: il rapporto opera-spazio e il rapporto forma-luce. L’“oggetto artistico” incontrava pittura, scultura e architettura e le superava, mentre la luce era catturata con le modulazioni della superficie e con la monocromia, per una plasticità che nel corso degli anni sarebbe filtrata attraverso la progressiva eliminazione di ogni residuo “matericista”: “[…] Monocromia è quando il colore non scrive la forma, ma è esso stesso che, essendo luce, è possibilità della forma: […] è il guscio della cosa” (Bonalumi, 2004).













