Da De Filippo alla De Filippi

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Al Teatro Argentina di Roma lunedì sono tenuti i funerali laici di Luca De Filippo, morto 67enne. Le esequie illustri non hanno potuto fare a meno, alla seconda riga se non alla prima, di citarne il padre Edoardo, il De Filippo senior, scomparso 30 anni fa. Così il ministro Franceschini, Arbore, Barbareschi, Bassolino e pure il sindaco di Napoli De Magistris, i cui volto e vicenda sono un tutt’uno con la commedia napoletana.

Luca, figlio di Edoardo, marito della figlia del regista Rosi e nipote dell’altrettanto grande nonno Eduardo Scarpetta, abbassa il sipario su un’era culturale da tempo andata, anche se l’80enne fratello Luigi, figlio del De Filippo minor, il Peppino-Pappagone, firma ancora gli spettacoli al teatro Parioli. Chiude l’aristocrazia teatrale Scarpetta-De Filippo, i cui uomini avevano sempre tre mogli (Dorothy, Thea e Isabella per Edoardo; Adele Lidia e Lelia per Peppino; Ann Patricia, Nicole e Laura per Luigi e tre per Luca).

Una dinastia particolare dal sangue blu tanto ambito da spingere Luca 10 anni fa con tanto di avvocati a rifiutarlo all’attore Silvestrin che fondava le sue pretese sulla parentela con la sorella di una delle mogli di Edoardo. Un sangue blu morganatico, imparentato per vie di fatto con quello reale sabaudo; un sangue matriarcale fondato sulla legittimità femminile del cognome delle sorellastre e nipotine della moglie amate dal capostipite Scarpetta.

I primi decenni culturali del dopoguerra vennero dominati tra teatro, cinema e Tv da questa dinastia napoletana, dove si inseriva a meraviglia l’altra leggenda partenopea, quella di Totò-Principe De Curtis. Riempivano il vuoto provocato dall’inabissarsi della cultura e degli spettacoli dell’anteguerra troppo connessi al regime sconfitto. Avevano lavorato anche loro nel ventennio, ma nei più innocenti spazi del varietà e della commedia dialettale. Portarono alla ribalta la famiglia, la povertà e l’emigrazione, dando il ruolo di protagonista alla mentalità meridionale e facendosi beffe delle istituzioni dello Stato che dopo tanta violenza e arroganza sul Sud, si erano dimostrati alla prova dei fatti fragili e pavidi di fronte alla forza straniera.

Filosofi della Magna Grecia, i teatranti napoletani raccontarono un mondo di fatalismo, violenza e tenerezza; lontano dalle dispute ideologiche, senza confini tra giusto e sbagliato, legale e illegale, morale e immorale, religioso e pagano; dove miseria e nobiltà non erano classi sociali in conflitto ma due lati della stessa moneta. Un mondo senza ceti medi, dove non si trattava di condannare la cammurria, ma di discernere di essa il buono ed il cattivo. Il resto del paese, che mai prima si era fermato a osservare attentamente il Sud se non con l’occhio del giudice dei maxi processi dell’800, andò a lezione dagli Scarpetta-De Filippo, il cui sangue aveva dimostrato di valere molto nelle Americhe vincitrici.

Con i decenni la presa culturale napoletana è stata sostituita dalle sciammananti donne gelose della De Filippi. Lo show oggi è tutto per il giudice, il poliziotto, il giornalista d’affiancamento ed il pentito. La musica melodica napoletana è fuorilegge. Il ladro, tale perché non ha trovato un posto da guardia, è di nuovo solo un nemico. Gli Scarpetta-De Filippo sono il monumento di se stessi chiuso in annali colti.

Fortunatamente la realtà è oggi reality. La tradizione Scarpetta-De Filippo rivive nelle mandibole storte dei Bassolino e De Luca e nel faccione pupesco del sindaco del Vomero. Senza  interpretazione, senza orrore e onore di se stessa.