
Aurora, studentessa modello, figlia di un fascista convinto, e Giovanni, erede rivoluzionario di un avvocato comunista, insieme sognano di cambiare il mondo con la forza delle idee, dell’amore: i Renzo e Lucia degli anni di piombo, protagonisti di Gli anni al contrario (Einaudi pp. 144, 16 euro), romanzo d’esordio di Nadia Terranova, già apprezzata autrice di narrativa per ragazzi. Figli degli ideali e delle contraddizioni, diventano adulti nella lunga stagione di contestazione segnata dal terrorismo delle Brigate Rosse, dal rapimento di Aldo Moro, dalla caduta del Muro di Berlino.
«Da ciò che non si è vissuto, nel momento in cui si immagina, nasce la letteratura. Nel caso di un decennio così vicino, giocano molto anche i ricordi d’infanzia, l’immaginario che ci siamo costruiti mentre attraversavamo episodi importanti di storia costruendo il nostro alfabeto» afferma la scrittrice messinese che, seppur sia nata sul finire degli anni ‘70, racchiude dodici anni di fermenti e sconfitte in 144 pagine minimali e pungenti che narrano senza retorica la forza demolitrice con cui una fragilità consistente stronca sogni e ideali estremisti.
La battaglia per affermare dignità e diritti si confonde con la lotta interiore spingendo i protagonisti in un mare di insicurezze e dipendenze, accrescendone frustrazione e tormenti che neanche il fervore di un amore difficile quanto travolgente, e il desiderio di insorgere per conquistare la libertà, riescono a sormontare.
«La precarietà di Aurora e Giovanni è, però, distante dalla liquidità dei giovani di oggi, privi di quell’euforia condivisa; loro si sentono in bilico ma in realtà hanno già trovato un lavoro, costruito una famiglia. L’equilibrio della coppia di mancati eroi è fragile perché appeso a sogni, illusioni, convinzioni politiche. In fondo, è un equilibrio denso» commenta la Terranova soffermandosi sugli strascichi di sconfitte e ideali delusi lasciati dagli anni della lotta armata, ancora vividi nella società contemporanea, fagocitata da crisi identitarie. Così, gli anni vanno al contrario inesorabilmente, e come un boomerang ripropongono un contesto mai superato con il suo fardello di problemi irrisolti. Con l’aggravante che «oggi manca il coraggio delle idee, lo spirito di condivisione, c’è un modo diverso di relazionarsi, tramite la messaggistica istantanea, per esempio. Anche semplicemente dopo aver letto un libro, non si scende più in piazza per confrontarsi, ma si corre nell’agorà virtuale dei social network, praticamente in diretta. Senza alcuna idealizzazione, perché ormai la convinzione di poter cambiare le cose è scomparsa».
Invece, ne Gli anni al contrario sono proprio gli eventi storici a condizionare l’esistenza dei protagonisti, a far crollare le fragili fondamenta di una famiglia creata quasi inconsapevolmente, in una Messina di fine anni ’70, incantevole nella sua silenziosa ribellione.
“Dalle finestre si vedevano la Calabria e lo Stretto poco prima che sfoci in mare aperto, quel mulino di correnti dove lo Ionio sta per incontrare il Tirreno rendendo Messina la città dei due mari”: così, la scrittrice messinese traduce in parole il fascino della città di provincia che «non riesce a salvare i due giovani innamorati, anzi li inghiotte, a volte li respinge, quasi fino a prenderli in giro. Ma quando decide di concedere un momento di bellezza, è totale: che sia il ponentino che spazza le nuvole o l’arcobaleno che spunta a sorpresa fra brutti palazzi abusivi».
Vano, anche, il potere salvifico di “quei giorni di Fata Morgana, in cui la luce rende la Calabria così vicina che sembra di poterla toccare, tanto che si raccontano storie su chi, impazzendo, si è tuffato convinto di poter raggiungere a nuoto la punta del continente”: Aurora e Giovanni si tuffano nell’oceano di speranza convinti di poter raggiungere la libertà, sfidando le correnti avverse di Scilla e Cariddi, a volte perdendosi in direzioni opposte. Ma annegano in un abisso di inaccettabili consapevolezze, dinanzi agli occhi grandi e indagatori di Mara, figlia dei loro disastri.













