
Una mostra che è insieme una retrospettiva per Shadi Ghadirian (Teheran, 1974) presso Officine dell’Immagine a Milano, che raccoglie la sua produzione fotografica dagli anni universitari fino alle opere più recenti, in un percorso visivo tra lirismo e denuncia velata in chador attorno all’indagine della condizione femminile in Iran.
L’artista, già nota a livello internazionale, vanta la sua presenza in grandi collezioni pubbliche quali il Centre Pompidou di Parigi, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Boston Fine Art Museum, il Los Angeles County Museum of Art e il Mumok di Vienna, e sarà tra gli ospiti della prossima Biennale di Venezia.
La mostra milanese si sviluppa su entrambi i piani della galleria raggruppando le opere per serie. Al piano inferiore Nil Nil, del 2008, rende in modo più manifesto rispetto agli altri lavori l’insidia dei conflitti armati, e la relativa condizione di sospensione e paura vissuta nel quotidiano. Nelle immagini bombe e maschere a gas si nascondono fra oggetti d’uso comune o nell’ambiente domestico.
La serie Qajar, del 1998, ispirata all’omonima dinastia regnate il Paese per circa 150 anni, è dominata da cromie e atmosfere retrò all’interno delle quali trovano posto oggetti moderni e dissidenti come macchine fotografiche, profumi e occhiali da sole.
La sala d’ingresso ospita invece le fotografie della serie di maggior successo dell’artista Like Everyday, che dialogano quasi per contrasto estetico con quelle della più recente Miss Butterfly. Like Everyday prende spunto dalla consuetudine iraniania di regalare alla sposa novella un corredo di oggetti domestici: su un fondo bianco si stagliano nitide sagome di stoffa (i busti di una serie di donne coperte da un bizzarro chador – in effetti una tovaglia colorata) che recano davanti al viso – o più esattamente in vece di esso – oggetti quali padelle, setacci e teiere.
Icone velate di gusto quasi pop, il cui oggetto-viso avrebbe forse indotto Magritte a scrivere in bella grafia sulla parete sottostannte “ceci n’est pas un visage” ; donne spersonalizzate al punto di rendersi semplice sfondo di un oggetto, creando un effetto di decontestualizzazione incisivo quanto un readymade duchampiano.
Sempre a partire dalla tradizione, ovvero da una favola che ha per protagonisti una coraggiosa farfalla, un ragno quasi magnanimo e altri pavidi insetti, nasce la serie in bianco e nero Miss Butterfly, l’ultima in ordine cronologico e iniziata nel 2011. Una poetica formalmente equilibrata e fortemente simbolica, dove le figure femminili protagoniste delle opere tessono una tela di ragno che le separa dal bianco della luce esterna, creando attorno a se un carcere fragile e solido come solo un pensiero può essere. Nell’ottica dell’artista si tratta di trame e orditi larghi a sufficienza da lasciare intravedere la luminescenza di un cambiamento, ancora incapace di spezzare le maglie della consuetudine acquisita ma soprattutto interiorizzata dalla donna mediorientale.
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The others me
a cura di Silvia Cirelli
Officine dell’Immagine
via Vannucci 13, Milano
fino al 21 giugno 2015
Martedì- Venerdì: 15.00-19.00
Sabato: 11.00-19.00















