Che cos’hanno in comune Tommaso Aquilano, il brillante duo a capo di Valentino, Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli, e l’ormai ex direttore creativo di Gucci, Frida Giannini? Sono tutti partiti all’avventura accendendo il loro sogno nella Capitale.
Una coincidenza? Un caso? Lo sarebbe, se non fosse per tutti quei designer che proprio da Roma sono partiti per diventare grandi creativi della scena internazionale. Un fatto curioso se si pensa che la Capitale, fino a poche stagioni (della moda) fa, non rientrava affatto tra le città ad alto tasso glamour, cugina di secondo grado di quelle metropoli da visitare in occasione delle fashion week come Parigi, New York o l’italiana Milano. E sempre Roma è stata al centro delle polemiche qualche settimana fa quando la sua manifestazione di punta, AltaRoma, ha rischiato il congelamento causa mancanza di fondi, mettendo in pericolo l’intero indotto.
La verità è che negli anni, con un lavoro certosino e la testa china, la Città Eterna si è affermata non solo come fucina di talenti dal pedigree raffinato –Stella Jean, Chiara Baschieri, Benedetta Bruzziches, Sylvio Giardina– alcuni capitolini di nascita, altri di adozione, ma come una piazza d’armi per chi voleva creare in modo nuovo, artistico e diciamolo, coraggioso.
Ed ecco che, all’improvviso, la scuola romana, per anni quasi una macchia sul curriculum degli aspiranti designer guardati dall’alto in basso dai colleghi delle città più patinate, è diventata un fregio di cui pregiarsi, grazie al quale distinguersi. Se in passato da Roma si fuggiva, oggi ci si sfila e ci si torna con piacere – a luglio terrà banco il fashion show di Valentino, e a dicembre approderà persino Chanel con la collezione Mètiers d’arts- proprio perché piattaforma alternativa, promossa dagli ex giovani che qui hanno vissuto o studiato. L’Accademia di Costume e Moda, ad esempio, ne ha instradati tanti. Nel suo palmares pregiato ci sono la Giannini e Aquilano, Albino e anche l’ultima stella elevata al rango di big solo qualche giorno fa, Alessandro Michele, braccio destro – ironia della sorte- di Frida Giannini e oggi neoeletto direttore creativo di Gucci.
E proprio Michele è l’ambasciatore ideale della discrezione vincente della moda romana. Se per molti, fino a poche ore fa, il designer era poco più che un illustre sconosciuto, chi ha avuto occasione di seguire i fatti legati a questo atteso e concitato giro di poltrone si è fatto sicuramente un’idea della personalità vincente dell’ultimo talento della Capitale, capace di sbaragliare con silenziosa tenacia -come quell’acqua cheta, che secondo il detto, con il suo lento ma costante incedere è in grado di rovinare i ponti- la concorrenza di nomi blasonati del sistema moda: da Hedi Slimane a Riccardo Tisci (bloccato, per la verità, da un contratto blindato da Givenchy) da Joseph Altuzarra a Christophe Lamaire.
Lontano dagli schiamazzi, dal glamour, dalla festosa attività che spesso fa da contorno alla carriera dei grandi designer, Michele, che dopo una veloce esperienza come Senior Designer per gli accessori di Fendi– simbolo della creatività romana per eccellenza!- dal 2002 si è distinto con l’operosità di chi semina per raccogliere, lavorando nell’ufficio creativo di Gucci, prima seguendo le orme di Tom Ford che lo aveva scelto personalmente, poi affiancando Frida Giannini dal 2011.
Una successione naturale? Probabilmente sì. Di casi simili in fondo ce ne sono in abbondanza, basti pensare a Sarah Burton, che ha raccolto il testimone dal compianto Alexander McQueen dando di fatto continuità alla sua tormentata vision onirica. Ma la differenza c’è, e sta proprio nel coraggio di chi sa giocarsi tutto quando arriva il momento. Nel ‘caso Gucci’ è successo proprio questo, chiamato in tutta fretta a sostituire la Giannini, uscita anticipatamente su volere del Gruppo Kering, proprietario del marchio, in poco meno di una settimana – la leggenda vuole siano stati 5 giorni- Michele, che solo qualche mese prima era stato nominato direttore artistico di Richard Ginori (acquisito da Gucci nel 2013), ha dato un deciso colpo di spugna alla collezione già chiusa dall’amata designer, inventando (e producendo con il suo staff), l’uomo del futuro della griffe. Scrivendo insomma in una manciata di ore la prima pagina del nuovo corso del marchio. Lo stilista ha di fatto spogliato il manager ideale del passato dei suoi famosi completi, e lo ha trasformato (che piaccia o meno ai clienti del marchio, questo lo dirà il tempo) in un ideale efebico, un giovane bohémien con il piglio da rockstar tutto sandali, bluse dai grossi fiocchi e berretti a contenere i capelli scompigliati.
Qui, sia chiaro, non è in discussione il gusto o la fortuna di una collezione che in qualche modo potrebbe ottenere una conferma già sulle imminenti passerelle milanesi dedicate al prossimo autunno/inverno al femminile, ma il coraggio e la capacità di osare, doti che a Roma si trovano in abbondanza. Sarà perché i colpi in canna sono stati meno, ad oggi, di quelli dei colleghi stranieri, sarà perché il passo tranquillo della Città Eterna, sorniona e romantica, permette una capacità di introspezione diversa. Sarà forse perché con la sua storia e la sua architettura Roma ispira, anche solo con una passeggiata tra un quartiere e l’altro, o sarà anche perché, per sfondare partendo dalla Capitale, di grinta ce ne è sempre voluta di più, ma forse da oggi non sarà più così.
di Donatella Perrone













