Riforma: Il Gattopardo abita al Mibact

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Tutto cambi affinchè nulla muti è il motto che ha ispirato le scelte dei gangli vitali che sovrintenderanno la cultura italiana. Le 12 direzioni generali del ministero non presentano nomi nuovi, ma solo cambi di poltrone e 7 conferme, in barba al “rinnovamento” generale e generazionale su cui punta la comunicazione renziana.

Ora tocca ai 17 poli regionali, chiamati a creare una rete territoriale per favorire il dialogo fra i musei locali, pubblici e privati, per migliorarne l’offerta. Dal 9 gennaio sono partite le procedure d’interpello all’interno del ministero per selezionare i responsabili che dovranno elaborare e approvare i progetti relativi alle attività, ai servizi di valorizzazione e in concessione.

E’ stato infine emanato il bando internazionale per la direzione dei 20 musei dotati di autonomia, suddivisi in due categorie: i primi sette (Galleria Borghese di Roma, Gallerie degli Uffizi di Firenze, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Gallerie dell’Accademia di Venezia, Museo di Capodimonte di Napoli, Pinacoteca di Brera di Milano, Reggia di Caserta) considerati “uffici di livello dirigenziale generale”; i restanti equiparati a uffici di livello dirigenziale non generale ( Galleria dell’Accademia di Firenze, Galleria Estense di Modena, Galleria Nazionale d’arte antica di Roma, Museo Nazionale del Bargello, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale di Taranto, Parco archeologico di Paestum, Palazzo Ducale di Mantova, Palazzo Reale di Genova, Polo Reale di Torino; a questi si aggiungeranno Galleria Nazionale delle Marche e Galleria Nazionale dell’Umbria).

Non rientrano nell’elenco i siti delle due soprintendenze archeologiche speciali di Pompei e di Roma che non posso andare a concorso. I nuovi soprintendenti saranno scelti con interpello interno alla struttura ministeriale: Roma entro gennaio; Pompei alla fine del 2015, data di scadenza del Grande Progetto.

Per la prima volta i direttori, in carica per quattro anni, verranno scelti con selezione pubblica tra candidati laureati in possesso di esperienza professionale nella tutela e valorizzazione dei beni culturali. Con enfasi, il Mibact dichiara che l’entità museale si trasforma da ufficio della Soprintendenza in soggetto con propri statuto, bilancio e forme di gestione (vigilato dalla direzione generale musei d’intesa con quella del bilancio), con un’organizzazione attenta al fundraising, al marketing e alle relazioni col pubblico.

Afferma il ministro Franceschini: “In Italia abbiamo una grande tradizione di tutela che è bene difendere, ma siamo indietro sulla valorizzazione. Quindi, i compiti dei nuovi direttori saranno più ampi e permetteranno la programmazione, l’indirizzo, il coordinamento e il monitoraggio di tutte le attività di gestione, compresa l’organizzazione di mostre, studio, valorizzazione, comunicazione e promozione del patrimonio museale. Potranno gestire orari, prezzo dei biglietti e il personale anche se, solo per il momento, rimarrà dipendente dal ministero”. Nelle competenze dei nuovi direttori rientra anche l’autorizzazione dei prestiti, l’affidamento delle attività e dei servizi pubblici di valorizzazione, mentre l’attribuzione al museo dei proventi dello sbigliettamento costituirà una forma di responsabilizzazione per attrarre visitatori.  

Le polemiche dell’estate scorsa sono un ricordo, anche se resta la decisione di Franceschini di non accettare finanziatori privati nei più grandi musei italiani: secondo alcuni, una decisione che penalizzerà la qualità dell’ offerta.

Ma è soprattutto un altro il problema della cultura italiana a rimanere irrisolto: quello della visione, dell’approccio, del management per attuare una vera valorizzazione. Per ottenere questo risultato è di fondamentale importanza che chi governa il patrimonio artistico e culturale non sia un referente di quella “intellighenzia” che continua a paralizzare e condizionare ogni scelta.

Qualsiasi organizzazione sociale non si basa solo su strutture e processi decisionali, ma anche e soprattutto sul capitale sociale ed umano. Non sembra quello del Mibact un cambiamento epocale. Sebbene la riforma contempli disposizioni innovative, interviene in un contesto in cui la numerosità dei livelli di governo, la lentezza della macchina burocratica, la scelta delle figure dirigenziali possono ancora determinare labilità di obiettivi, inefficienze gestionali e assenza di accountability.

Le figure manageriali potranno rivelarsi efficaci solo se saranno dotate di effettiva e totale autonomia, se l’ingerenza conservatrice dei vertici amministrativi sarà contingentata e se i criteri di selezione saranno oggettivi e non preconfezionati su misura.

Solo in questo modo si potrà procedere verso “un sistema museale italiano”, anche se non va tralasciato un altro aspetto fondamentale: la domanda di cultura. A chi si rivolgerà l’offerta se non si pianifica una politica culturale di più ampio respiro che sia rivolta alla formazione del pubblico e che prenda atto dei cambiamenti socio-economici intervenuti?

La speranza di assistere alla elaborazione di una vera politica per la cultura è ancora viva e soprattutto necessaria per affermare il cambiamento “culturale” della nostra pubblica amministrazione e per non lasciare ancora spazio a vecchi e nuovi gattopardismi.