Saggi: Isabella d’Este, la Peggy Guggenheim del Rinascimento

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Ma Isabella, come abbiamo già detto, non fu soltanto una dama sofisticata, protettrice d’artisti e letterati e avida collezionista di cose belle; fu anche dotata di capacità politiche straordinarie, che impiegò indefessamente per salvare il suo minuscolo principato, di cui cercò sempre di accrescere le fortune ed il prestigio, pur trovandosi ad agire in uno dei momenti più tormentati della storia italiana. Per esempio fu abilissima nel contrastare la “longa manus” del clan dei Borgia, che costituì ad un certo punto un serio pericolo per l’integrità o peggio per la sopravvivenza del marchesato virgiliano. E come se non bastasse, si sussurrava che la maliarda Lucrezia “née” Borgia ma maritata in Este col fratello d’Isabella, cercasse subdolamente di soffiarle il marito, vibrando un fiero colpo ad un ménage familiare già scosso dalle ripetute scappatelle del marchese di Mantova.

Del resto le tendenze satiresche di Francesco II non erano un mistero per nessuno: morirà, infatti, mezzo rimbecillito e roso dalla sifilide nel 1519. Queste continue infedeltà non contribuirono di certo ad alleviare il fardello dell’infaticabile Marchesa, che in genere sorvolava con divertito disprezzo sulle esuberanze sessuali del mandrillesco consorte; ma quando la misura era colma, il decantato autocontrollo, idealmente espresso nel suo motto Nec Spe Nec Metu, andava miserevolmente a carte quarantotto, e la sanguigna complessione della Ferrarese esplodeva con scenate al vetriolo. Ne fece le spese Lisabetta Tosabezzi, voluttuoso virgulto di una solida famiglia mercantile da poco assurta ai fasti della nobiltà: la giovinetta, arruolata come damigella di corte, si era messa a filtrare un po’ troppo spudoratamente col focoso Francesco. Isabella, in un raptus di gelosia assassina, l’aggredì armata di un paio di forbici e le sconciò senza pietà le seriche chiome, urlandole sul viso: “Va mo’, fa la nimpha col signore!”.

Appare chiaro quindi che la nostra Marchesana si trovò assai spesso alle prese con non poche gatte da pelare, ma riuscì quasi sempre a districarsi egregiamente, a volte venendone fuori con veri e propri trionfi personali, in altri casi accontentandosi di far buon viso a cattivo gioco e di limitare per quanto possibile gli eventuali danni.