Ma per ritornare al lusso d’Isabella: i guanti da lei ideati – soavemente imbevuti d’essenza di gelsomino dai suoi maestri profumieri – erano apprezzatissimi dalla regina di Francia; inoltre la Marchesa fu una delle prime a portare e a propagandare attivamente i caleçon (vale a dire, terra – terra, le mutande), anche se non ne fu l’inventrice come qualcuno si ostina ad affermare. In effetti, in una lettera indirizzata a Baldassarre Castiglioni racconta di avere evitato una figura oltremodo imbarazzante, proprio grazie al fatto che indossava quest’utilissimo indumento. Il palco in cui si trovava con alcune dame sprofondò, ed Isabella, finita anche lei a gambe all’aria, fu l’unica tra le signore presenti a non doverne arrossire. Tutte le altre, infatti, come scrive lei stessa piuttosto perfidamente, “fecero uno bellissimo vedere, che erano senza calzoni; nui per fortuna li avevamo…”.

I suoi esperti aromatarii producevano per lei una varietà inesauribile d’inebrianti profumi, paste per le mani, polveri dentifricie, belletti assortiti e creme d’ogni tipo; insomma un campionario veramente sbalorditivo di sussidi e artifici per conservare – e soprattutto per aumentare – la venustà, peraltro scarsina, di cui madre natura l’aveva dotata.
E per Isabella “la più orgogliosa delle orgogliose” (come avrebbe potuto definirla Margaret Mitchell) questa non eccessiva avvenenza fu un rospo decisamente duro da ingoiare, a dispetto delle adulazioni cortigiane di cui era costantemente fatta oggetto. Con l’ovvia eccezione dello scelleratissimo Aretino il quale, avendola vista quando ormai la Marchesa aveva da gran pezza superato l’età sinodale, la liquidò con poche ma lapidarie parole: “…disonestamente brutta, arcidisonestamente imbellettata, i denti di hebano et le ciglia di avorio”.












