Riforma dei musei, la facciamo o no?

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Riforma dei musei, ovvero come ti smonto la Sovrintendenza senza colpo ferire. Potrebbe essere questo il titolo più breve per sostanziare quello che sta accadendo a Firenze. Posto che il caso Uffizi è emblematico, essendo parimenti applicabile agli altri Poli museali italiani. Riassumiamo, semplificando per i non addetti. Nella riforma del Ministero dei beni culturali sarebbe prevista una timida liberalizzazione. Venti grandi istituzioni museali diventeranno autonome. Ciò significa che, per esempio, gli Uffizi avranno un direttore a chiamata esterna, scelto attraverso un bando internazionale, e godranno appunto di autonomia economica, potranno cioè tenersi i soldi che incassano e che finora hanno dovuto rimandare al Tesoro (e che servivano per tutti gli altri musei).

La riforma è stata approvata in Consiglio dei ministri, adesso aspetta – a giorni – il nulla osta della Corte dei conti per la congruità economica; entro gennaio il ministro Dario Franceschini ha promesso di estrarre dai cassetti i decreti attuativi; poi si faranno i bandi (mettiamo tre mesi); quindi si aprirà il bando del direttore (mettiamo altri tre mesi); per giugno 2015 – ricorsi permettendo – la cosa dovrebbe essere fatta.

Prendiamo sempre il caso di Firenze: il Polo museale è affidato ad interim perché la mitica sovrintendente, Cristina Acidini, è andata in pensione, qualcuno dice per assicurarsi il massimo della contribuzione, altri perché amareggiata da una procedimento per abuso d’ufficio che le imporrebbe un risarcimento di oltre 200mila euro. Oggi il Polo fiorentino è composto da 18 musei: gli Uffizi e l’Accademia sostengono tutti gli altri. Se al Polo sottraiamo – secondo riforma – proprio gli Uffizi e l’Accademia, chi manterrebbe gli altri, radunati sotto una ipotetica direzione musei regionale? Lo Stato ovviamente non ha disponibilità. Se alla bisogna fossero ripartiti i ricavi degli Uffizi e dell’Accademia, la riforma non avrebbe senso. Rientrerebbe dalla finestra ciò che è uscito dalla porta. A questo punto, se proprio vanno mantenuti vale la pena che gli Uffizi si assumano la governance degli altri, garantendone il funzionamento e la provvigione. In sostanza, rimarrebbe tutto come prima, una sorta di grande Polo museale, ma con un direttore a chiamata esterna, cioè senza sovrintendente, e con piena autonomia. Una liberalizzazione in pieno stile.

In attesa di questo cambiamento epocale, perché la situazione è simile anche negli altri grandi poli (Roma, Venezia, Napoli…) con un museo trainante che non può essere scorporato senza causare il crollo di tutto il sistema, anche sul versante del contemporaneo le cose non vanno bene. Pochi giorni Cristiana Collu, la direttrice del Mart di Rovereto, che lascerà a fine gennaio con la scadenza del suo contratto, ha denunciato la mancanza di un progetto chiaro dentro il museo e «una sorta di indefinitezza». La Collu si è lamentata che il ruolo di un direttore non può essere solo quello del fundraising . Forse ha ragione, ma resta il fatto che senza soldi è difficile mandare avanti queste macchine del divertimento: Jean Clair li ha definiti cenotàfi, sacelli vuoti, architetture pompose nate per altri scopi rispetto all’esposizione di opere.

Belli i tempi in cui il Mart poteva contare su enormi fondi elargiti dalla Provincia autonoma di Trento. Adesso che la crisi si fa sentire, i problemi aumentano. Il Maxxi per fortuna è riuscito ad assicurarsi 5 milioni di euro annui dal Mibac, ma i grandi investitori internazionali prospettati dal presidente, Giovanna Melandri, per ora latitano. Il Macro è stato smontato definitivamente dall’indecisione del sindaco di Roma, Ignazio Marino, e ora non ha più neppure un vero direttore.

L’idea dell’intervento dello Stato, o comunque pubblico, nell’arte contemporanea è una aberrazione ideologica. Nei Paesi liberali, un ricco magnate collezione tutta la vita poi, prima di morire, dona le opere alla comunità e spesso anche i fondi con cui costruire il museo. Da noi il contrario: si costruisce un edificio spendendo centinaia di milioni (vedi il Maxxi), poi ci si arrabatta per metterci dentro qualcosa. Non sapendo, in fin de conti, che il sonno della ragione genera mostri, e spesso mostre.