Niente neve, che è come dire: niente

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Foto di Lorri Lang da Pixabay

Mettono pioggia nelle nostre città nebbiose, dove stiamo riuscendo con calma a disimparare a vivere. Quella pioggia che, prima, imprigiona i colori, poi comincia a sudare dai muri e dalle strade, e finalmente si rapprende in uno sgocciolio capace di durare giorni, sporco di particolato. Niente neve, che è come dire: niente.

Ai bambini sono costretta a raccontarla, perché senza bellezza come fanno ad allungartisi le ossa, come fanno a spuntarti i denti definitivi, come fai a voler imparare a leggere e a scrivere? Mi fa paura per loro questo sopravvivere stordito, dove i miracoli sono gentilmente invitati a non venire a creare scompiglio. Se fossi piccola, non so se sopporterei un periodo così spento, con la maestra che parla di mascherine e gel alcolico, se non cercherei di annodare i miei slime e di calarmi dalla finestra, se non mi metterei a cucire insieme carte di caramella per farmi le ali di Icaro e andare a cercare la neve.

Giochiamo alle nevi più belle della mia vita. Rispondo: l’Alpe di Siusi, di sicuro. Non sapevo dove guardare. Era perfino faticoso raccogliere tutto quel bianco. Rocce, guglie, massicci. Alberi che grondavano neve. Le casine minuscole piantate nella neve, con i tetti gonfi. I prati, la luce che ci esplodeva sopra frantumandosi come mercurio. L’aria che la succhiavi con le pupille. Il cielo che per una volta era la cosa meno perfetta, di gran lunga meno della terra. E i tramonti. Li annotavo in un quadernone, quei filamenti ordinati di viola+bianco, cobalto+bianco, scarlatto+bianco, poi lasciavo cadere il quaderno sul tavolo. Il peso della bellezza. Non è leggera. È respiro, ma pesa, ti paralizza, e comanda. Mi è successo di recente mentre ascoltavo un canto sublime forse troppo da vicino. Mi schiacciava il desiderio di non muovermi più di lì, la consapevolezza di cose che è meglio non dire (non dirsi) fino in fondo.

L’altra volta è quando è arrivata in Campania, per tutta la notte. Strade bloccate. Uffici chiusi. Un’epopea dei disservizi. Nessuno sapeva cosa fare. Si sorrideva tantissimo. La piazza piena di ragazzini che saltavano nella neve. Una festa. I treni bloccati. L’economia in scacco. Una festa. L’ovvio messo in pausa. Poche decine di centimetri tra la corriera e il burrone, un burrone ormai già soffice e candido. Una festa. A volte rischiare è una festa. O no?

E la terza – forse la cosa più limpida e perfetta che ho avuto davanti, a parte certi baleni che il destino non so perché ha tagliato fuori dalla mia vita. Ero in un posto di mezza collina, senza niente di troppo pittoresco, se non la preziosa solitudine. È cominciata una nevicata che riempiva il cielo. Prima un agguato del silenzio, poi fiocchi, dappertutto. Il mio paese dov’ero nata e non avevo voluto restare diventava il paese solo mio, e io mi allontanavo dentro una neve che attecchiva con rapidità incredibile e sapeva tacere così graziosamente quel silenzio che a volte ti soffoca.