Play my blue. Tutti i colori di Antonio Marciano.

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Dalla malattia all’arte, e al lavoro di agitatore culturale.

di Barbara Minesso

Negli occhi di Antonio Marciano si scorge la capacità del bambino di meravigliarsi di fronte alla bellezza del mondo e la determinazione nel lottare per superare le proprie limitazioni. Artista che ha saputo adattarsi con talento all’indisponibilità fisica dovuta a una malattia che lo ha colpito in giovane età, Antonio Marciano ha creato una personalissima tecnica utilizzando un gioco di altri tempi: riempire plance traforate con chiodini di diversi colori.

Un passatempo dedicato ai bambini si fa strumento espressivo capace di sublimare il dolore, di annientare le ombre della malattia e delle cure, in una reinterpretazione umanistica della pop art. La sua ricerca artistica lo porta a sperimentarsi nella tecnica figurativa, ancora presente nella serie dei ritratti – un lavoro amorevole e paziente dedicato alle persone care che diventano icone imperiture, sfondando così quella dimensione che gli sembrava negata, il futuro – per poi immergersi liberamente nel colore dando vita ad opere di grandi dimensioni più astratte e libere. Una rinuncia al razionale, che non è capace di offrire risposte ai numerosi perché, per abbracciare la sfera delle emozioni, in opere le cui dimensioni superano l’apertura della braccia dell’artista. La serie delle “montagne”, luoghi bellissimi e impervi, rappresenta la tensione di Antonio verso mete negate, in un costante impegno di trascendere la propria condizione.

Gli enormi pannelli colorati, frutto dell’interazione dell’artista con lo spazio, alla maniera delle tele colorate di Rothko, vengono esposti ed ammirati in Italia e nel mondo. Antonio non è solo un artista apprezzato, ma anche un carismatico agitatore culturale, capace di creare scambio, confronto e condivisione. Nel 2011 i numerosi amici e collaboratori si sono stretti intorno a lui allestendo a Saronno, sua città natale, la mostra collettiva Talk so loud, con lo scopo di raccogliere i fondi necessari a un delicato intervento chirurgico.

La socialità e la condivisione sono le ultime frontiere esplorate da Antonio, animatore di un progetto che negli ultimi mesi ha coinvolto bambini e adulti riuniti al Bì, Museo del Giocattolo di Cormano, invitati ad esprimersi liberamente con griglie traforate e chiodini blu – il colore dell’immensità del cielo, del mare e della profondità di pensiero-. Il risultato è Play my blue, curato da Francesca Marianna Consonni, uno spettacolare mosaico, somma di tanti piccoli lavori, capace di emozionare anche Quercetti, l’inventore del gioco da cui tutto è iniziato. Inconfondibile il tocco di Marciano in quest’opera, i cui elementi essenziali sono il gioco, la gioia, l’impegno e la condivisione, un cerchio che si stringe e che consente di raggiungere quelle vette inarrivabili per il singolo.