Oltre la tela c’è di più: la mostra degli ologrammi firmata Giampietro, Cuoghi e Streamcolors

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C’è stato un tempo in cui per vedere un’opera d’arte bisognava andare verso la materia. Una tela, una tavola, una scultura. Oggi accade qualcosa di diverso. La materia sembra arretrare, quasi dissolversi, lasciando il posto alla luce.

È da qui che prende forma Tria Live Visions: Holograms, che ha presentato il sistema innovativo TRIA, che attraverso l’app Tria Collecting Holograms consente di scoprire e collezionare opere d’arte olografiche certificate, per poi proiettarle all’interno del visualizzatore olografico Tria Halo™. La mostra è visitabile negli spazi di bbox, il laboratorio creativo voluto da Enrico Corelli all’interno dello showroom PLH di via Voghera 4A a Milano.

Qui l’arte contemporanea prova a compiere un passo ulteriore. Non verso il virtuale, come si potrebbe pensare, ma verso una nuova presenza fisica dell’immagine. Un territorio ancora poco esplorato in cui l’opera non scompare dentro uno schermo e nemmeno si rifugia nell’esperienza immersiva dei visori. Al contrario, torna davanti ai nostri occhi sotto forma di ologramma.

Protagonisti di questa sperimentazione sono Fabio Giampietro, Vanni Cuoghi e Giacomo Giannella, in arte Streamcolors. Tre artisti lontani per formazione, linguaggio e ricerca, ma accomunati dalla volontà di interrogare il presente senza rinunciare alla propria identità.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante della mostra.

Perché non si tratta semplicemente di applicare una nuova tecnologia all’arte. La questione è più sottile. Che cosa accade quando un’immagine pensata per la superficie decide di abbandonare il proprio supporto? Cosa resta della pittura quando la tela scompare? E cosa succede alla nostra percezione quando un’opera smette di essere oggetto e diventa presenza?

Nel caso di Fabio Giampietro, la risposta sembra quasi naturale. Da anni il suo lavoro esplora la vertigine dello spazio, costruendo città impossibili, prospettive infinite e architetture che sembrano sfidare le leggi della fisica. Le sue immagini hanno sempre cercato di andare oltre il limite della superficie pittorica. L’ologramma, in fondo, appare come la prosecuzione coerente di quella ricerca: non più la rappresentazione dello spazio, ma il suo attraversamento.

Diversa, ma altrettanto significativa, è la traiettoria di Vanni Cuoghi. Nelle sue opere convivono racconto, memoria, teatro e immaginazione. Figure enigmatiche e scenografie sospese costruiscono da tempo un universo riconoscibile e personale. Trasportate nella dimensione olografica, queste presenze sembrano acquisire una nuova vitalità, come personaggi che improvvisamente abbandonano il palcoscenico per entrare nello spazio dello spettatore.

Ancora differente è il percorso di Giacomo Giannella, conosciuto come Streamcolors. Art director, game developer e artista digitale, appartiene a quella generazione che considera il codice un materiale creativo al pari del colore o della materia pittorica. Le sue opere nascono già all’interno di un ambiente computazionale, in una dimensione dove programmazione, estetica e interazione convivono naturalmente. La sua presenza in mostra introduce così un terzo punto di vista, quello dell’arte generativa, sempre più centrale nel dibattito contemporaneo.

Osservati insieme, i tre percorsi raccontano qualcosa che va oltre la singola esposizione. Raccontano un momento storico in cui linguaggi tradizionalmente separati iniziano a dialogare. Pittura, arte digitale, design dell’esperienza e intelligenza artificiale non appaiono più come mondi contrapposti, ma come parti di un unico ecosistema creativo.

La tecnologia, in questo scenario, smette di essere protagonista per diventare strumento. Eppure la sua presenza è fondamentale. Dietro gli ologrammi esposti lavora infatti l’infrastruttura sviluppata da Tria insieme a NextHS e NVIDIA Studio, attraverso workstation equipaggiate con GPU NVIDIA GeForce RTX e sistemi capaci di elaborare contenuti tridimensionali complessi in tempo reale.

È un dettaglio che racconta bene il presente. Per anni il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato sull’idea di sostituzione. Qui accade l’opposto. L’algoritmo non prende il posto dell’artista. Gli offre nuovi strumenti. Nuovi spazi. Nuove possibilità di immaginazione.

Le opere prendono forma attraverso Unreal Engine e vengono visualizzate nel sistema Tria Halo™, il dispositivo che consente agli ologrammi di manifestarsi nello spazio senza ricorrere a visori o supporti immersivi. A completare il percorso interviene la dimensione sonora firmata da Luca Longobardi, le cui composizioni accompagnano ogni lavoro trasformando la visita in un’esperienza che coinvolge contemporaneamente sguardo, ascolto e percezione.

Alla fine del percorso resta una sensazione precisa. La mostra non offre una risposta definitiva sul futuro dell’arte. E probabilmente non è nemmeno questo il suo obiettivo.Piuttosto, suggerisce che qualcosa sta cambiando. Per secoli abbiamo identificato l’opera con la sua materia. La tela, il marmo, il bronzo. Oggi quella certezza comincia a vacillare. Non perché la materia sia destinata a scomparire, ma perché nuove forme di presenza stanno entrando nel lessico dell’arte contemporanea.

Non sappiamo se il futuro sarà olografico. Sappiamo però che mostre come Tria Live Visions ci costringono a guardarlo più da vicino. E forse è proprio questo il compito dell’arte: renderci visibile ciò che ancora non siamo abituati a vedere.

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