Il tempo, in pittura, non è mai una linea retta. Semmai è un elastico che si tende fino a quasi spezzarsi, o un foglio di carta vetrata che consuma l’immagine per metterne a nudo lo scheletro. Nelle sale affrescate di Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno, la personale di Luigi Christopher Veggetti Kanku, intitolata “La poetica del verde. Boschi e parchi della Brianza”, si presenta esattamente così: come un corpo a corpo con la memoria. Un’operazione che si inserisce nel più ampio progetto Seveso50 – promosso dalla Lombardy Green Chemistry Association – volto a trasformare il trauma ambientale dell’incidente ICMESA del 1976 in una leva di rigenerazione consapevole, senza per questo cedere a facili retoriche industriali o a didascalismi da manuale ecologista.
Ma dimenticate la cronaca, dimenticate il disastro gridato. La pittura di Veggetti Kanku sceglie la via opposta: quella del silenzio e della sottrazione. In questo nuovo ciclo pittorico composto da venti opere di grande formato, la figura umana scompare completamente. Non ci sono volti, non ci sono corpi a occupare lo spazio. Resta il paesaggio brianteo, in particolare il Bosco delle Querce e il Parco delle Groane, assunti non come cartoline naturalistiche, ma come margini naturali in cui il tempo sembra contrarsi e stratificarsi.
A un primo impatto visivo, lo spettatore si trova di fronte a una dominante monocroma, quasi si trattasse di fotografie d’epoca riaffiorate da una memoria collettiva e sedimentata. È un bianco e nero apparente, ingannevole. Solo avvicinandosi alla superficie della tela emergono variazioni minime, micro-vibrazioni cromatiche: tracce latenti di ocra, terra di Siena, arancio. Non sono colori che costruiscono la forma, ma residui visivi che resistono alla cancellazione, fantasmi cromatici che attraversano la composizione. Persino l’azzurro fa la sua comparsa in modo raro, instabile, quasi fosse l’esito chimico di una reazione della materia piuttosto che una deliberata scelta accademica.
La memoria, nel lavoro dell’artista-attivista di Meda, non è un semplice tema da illustrare, ma un dispositivo attivo che agisce direttamente sulla materia pittorica. Veggetti Kanku utilizza l’acido non come un effetto decorativo o uno sterile virtuosismo formale, ma come un vero e proprio strumento d’indagine: altera, consuma, rivela. La pittura emerge per via di levare. La decadenza visiva non è un fatto estetico fine a se stesso, ma un filtro per interrogare ciò che accade alle immagini – e ai territori – nel corso del tempo.
In questo passaggio, il paesaggio non è meramente rappresentato, ma è lasciato accadere sulla tela. I boschi della Brianza diventano spazi attraversati da una memoria instabile, fatta di patine e opacità che costringono lo sguardo a rinegoziare le proprie modalità di lettura. Le immagini restano sospese in bilico, sempre sul punto di svanire o di ricomporsi, collocate in quella tensione costante tra apparizione e dissoluzione. Un’esperienza estetica che richiede distanza e attenzione, offrendo non una visione immediata e rassicurante, ma una superficie profonda da attraversare per approdare a una dimensione che è insieme reale e intimamente interiore.
Il fantasma di Seveso e la rigenerazione della materia
La mostra dialoga inevitabilmente con la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della diossina di Seveso. Se l’iniziativa è stata resa possibile dal supporto della Lombardy Green Chemistry Association all’interno di un palinsesto di partecipazione civica e sostenibilità, l’operazione culturale riesce a smarcarsi dalla trappola della celebrazione istituzionale grazie alla forza intrinseca della pittura figurativa. L’artista non documenta il disastro; ne metabolizza il superamento.
«Mi interessava restituire la bellezza di ciò che abbiamo vicino e che spesso non sappiamo più vedere», ha dichiarato Veggetti Kanku.
E lo fa evitando qualsiasi eco concettuale. La sua è una ricerca contemporanea in cui la memoria non organizza ordinatamente il reale, ma lo disarticola, lasciando che la pittura parli attraverso la sua stessa consistenza fisica, fatta di stratificazioni e alterazioni materiche.
Nelle sale di Palazzo Arese Borromeo, il contrasto tra gli affreschi secenteschi e le tele sbiadite dall’acido di Kanku crea un cortocircuito temporale di grande fascino. La bellezza monumentale del passato barocco accoglie la fragilità del paesaggio contemporaneo. Non c’è narrazione, non c’è aneddoto. C’è solo la pittura che resiste, che scava la superficie per ritrovare la vita laddove il tempo e la storia avevano cercato di cancellarla. Una mostra necessaria, che impone una sosta e costringe a guardare oltre la superficie dell’immagine.













