Taglio del nastro a Sesto Calende per il nuovo Spazio Luce immerso nel Parco del Ticino. 34 capolavori sottratti all’oblio, da Fontana a Baj. Le istituzioni presidiano il territorio e la madrina Ercoli Finzi benedice l’unione eretica tra cosmo e pietra
Lo spazio, la luce e il territorio che si riappropria delle sue radici più nobili. C’era il parterre delle grandi occasioni sabato 16 maggio, alle ore 11.30, in via Cocquo a Sesto Calende, per l’inaugurazione ufficiale di Spazio Luce, la nuova ala espositiva che arricchisce la Fondazione Giancarlo Sangregorio. Un evento di assoluto rilievo politico e culturale che ridefinisce i confini dell’arte lombarda all’estremità meridionale del Lago Maggiore.
Nato dal recupero conservativo di un vecchio fabbricato rurale grazie a un bando di Fondazione Cariplo, il padiglione si inserisce in modo simbiotico nel verde del Parco del Ticino. Le suas imponenti vetrate creano una trasparenza totale: la luce del giorno penetra le sale e il bosco circostante diventa lo sfondo naturale delle opere, rispettando la massima dello scultore Sangregorio (1925-2013): “Laddove poggiava la luce, io facevo la scultura”.
Le istituzioni blindano il territorio
Il valore strategico di questo presidio culturale è stato sancito dalla partecipazione delle massime autorità istituzionali. Al taglio del nastro erano infatti schierati il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e l’assessore alla Cultura della Regione Lombardia Francesca Caruso, uniti nel blindare una provincia che dimostra di saper produrre cultura di prima fascia senza attendere le solite unzioni sacrali delle metropoli.
E se la politica risponde presente, la scienza benedice l’arte: madrina della giornata Amalia Ercoli Finzi, signora delle comete ed eccellenza aerospaziale italiana. «Spazio Luce è una definizione meravigliosa perché lo spazio e la luce rappresentano l’universo», ha sentenziato. Niente di più vero: qui il cosmo abbandona le formule astratte per farsi corpo, pietra viva, legno che resiste al tempo.
Il logo di Stefano Barbato: una sintesi tra spazio e luce
In un’epoca inflazionata da brand effimeri e sbiaditi, l’identità di Spazio Luce impone la propria impronta grazie al lavoro del graphic designer Stefano Barbato. Barbato non ha disegnato un semplice marchio da fiera, ma ha puntato ad armonizzare i concetti antitetici e complementari di spazio e di luce.
Niente fronzoli cromatici: un bianco e nero assoluto, che richiama da un lato la densità della materia primordiale – la pietra, il legno – e dall’altro la lama di luce che spacca la forma e la rende visibile al mondo. Attraverso quattro cornici aperte che sfidano i limiti della bidimensionalità e l’uso del font Calibri – asciutto, rigoroso, geometricamente spietato – Barbato lascia “respirare” la parola: il logo diventa la soglia visiva che anticipa la dialettica di pieni e vuoti della scultura stessa.
La collezione svelata
Ma veniamo al cuore pulsante dell’operazione. L’apertura di Spazio Luce illumina la collezione privata di Sangregorio, svelando al pubblico la mostra “Incontri. Da Fontana a Baj, da Rotella a Mondino. Una collezione svelata”, a cura di Lorella Giudici con Martina Cortese (fino al 29 novembre).
Sono 34 opere, selezione di un’epoca irripetibile, fatta di risse intellettuali, scambi di visioni e amicizie. Dall’ironia grottesca di Enrico Baj, agli strappi iconoclasti di Mimmo Rotella alle provocazioni concettuali di Aldo Mondino, passando per Scanavino, Silvio Monti, Kengiro Azuma, Vittore Frattini e Maria Luisa de Romans (prima compagna di Sangregorio), Tino Stefanoni, Massimo Campigli solo per citarne alcuni.
«Queste opere ci raccontano la volontà di sperimentare, di graffiare il proprio tempo e soprattutto di poter dialogare ancora oggi con le nuove generazioni», spiega con lucidità la curatrice Lorella Giudici.
L’Atelier Hartmann: la carne viva delle nuove leve
Una scommessa sul futuro che si materializza parallelamente nello Spazio Atelier (Atelier Hartmann), dove pulsa la linea verde della Fondazione. Fino al 26 luglio, le pareti ospitano infatti “Scrigni di luce”, la personale di Paola Ravasio (classe 1978), prima storica vincitrice del Premio Sangregorio che torna qui dopo dodici anni con i suoi agglomerati plastici di gesso e resina capaci di farsi tutt’uno con l’elemento luminoso.
Al piano terra del medesimo Atelier, il graffio delle nuove generazioni si consolida nelle recenti acquisizioni della Fondazione: un nucleo di opere donate da artisti di ricerca che ridefiniscono la giovane produzione scultorea. Accanto al dirompente lavoro di Alex Bombardieri (vincitore della seconda edizione del Premio), figurano i contributi di Roberta Cerini, Vittorio D’Ambros, Shuhei Matsuyama, Stella Ranza e Niccolò Mandelli. Spiccano poi le presenze di Ivano Sossella – già intercettato dalla Fondazione in occasione della bipersonale con Vincenzo Lo Sasso, curata da Emanuele Beluffi insieme ad Angelo Crespi, oggi direttore di Brera – e di Giacomo Vanetti, anch’egli introdotto in passato nel circuito di via Cocquo dalla spinta critica dello stesso Beluffi.















