Edvige Cecconi Meloni (Urbino, 1993): il suo nome ha origine tedesca, che etimologicamente comprende il significato di “battaglia” e “sacro”. In qualche maniera lei è una condottiera che sfida se stessa ed è alla ricerca del sacro nell’arte. La sua ricerca in bilico tra parola e immagine si inscrive in opere e oggetti volti a trasfigurare mondi, armata com’è di pennello, colori, fogli bianchi, muri e corpi, dove lascia traccia del suo passaggio sospeso tra letteratura e poesia.
Ha frequentato prima Scenografia, poi IUAV di Venezia (Arti Visive e Teatro) e ha conseguito la laurea magistrale in Visual Cultures presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove vive e lavora in un atelier wunderkammer nel cuore di via Sarpi, chiamato “Spazio Fico”, dove Occidente e Oriente intrecciano nuovi linguaggi e relazioni tra culture diverse.
Sei nata a Urbino, hai vissuto a Venezia, provieni dalla pittura e dalla scenografia ma hai scelto Milano, dove vivi e lavori: quando e perché hai fatto questa scelta?
Sono quasi nove anni che vivo a Milano e ancora me lo chiedo come mai ci sia finita! Il mio sogno era vivere a Torino, inseguendo il mio grande amore letterario Cesare Pavese. Ma tutto mi ha portata a Milano, in questa città complessa. Sono grata al mio percorso di studi, soprattutto per la mia ricerca di tesi in Filosofia dell’Arte, che mi ha permesso di scrivere una tesi che è stata un amore spassionato, attraversando i carteggi della scrittrice e poetessa Cristina Campo.
Lavori in un atelier wunderkammer nel cuore di via Sarpi: come ti relazioni con il quartiere cinese?
Vivo e lavoro nel mio studio, che è un riparo dal mondo. “Spazio Fico” è nato come esigenza per racchiudere poesia e creare connessioni con altri artisti, trovare un linguaggio da condividere e continuare insieme questa “battaglia sacra”. A un passo da Chinatown e dal Cimitero Monumentale, tra contaminazioni etniche e defunti immortali.
Cosa ti ha lasciato in eredità la Laurea Triennale in Arti Visive e Teatro IUAV, a Venezia?
Lo IUAV di Venezia ben poco, ma per mia negligenza: ho peccato di viziosità e gioia di vivere. La vera università è stata quella della vita tra le calle e i campielli, conoscendo personaggi incredibili e tante storie. Ogni sera mi addormentavo commossa dalla beltà di quel vivere. A Milano ho trovato la “rotta”, fatta di ritmi, ma quel senso di appartenenza infinito e catartico che è stata la preparazione della tesi resta un dono raro. Porto con me i libri della Campo ovunque, come una protezione.
Sei una pittrice riconoscibile per l’interesse per l’epistolografia e la passione per la carta: che valore ha la scrittura nella tua ricerca?
La carta è un mondo, punto. O forse il mondo. Ogni volta che la penna segna un foglio è l’inizio di una corrispondenza, prima di tutto verso se stessi. Studio ogni giorno ed esercito la calligrafia come regime di resistenza. La scrittura passa dalla mente, al cuore e arriva da qualche altra parte. Io non sono credente, ma credo nei segni e nelle parole.
Cosa rappresentano i tuoi “affreschi narrativi”?
Nascono dalla liberazione del foglio come formato, per sfociare in dimensioni più ambiziose. Sono racconti verbo-visuali che vogliono ascoltare le storie degli ambienti che abitano. Credo fortemente che i muri abbiano bisogno di essere ascoltati.
Ti consideri un’erede di Italo Calvino?
No. Non mi sento erede di nessuno, forse orfana. Ho sempre cercato un mentore. Questa estate ho illustrato alcune delle “Città invisibili”, esposte per Expo 2025 a Osaka. Calvino mi affascina per la sua struttura labirintica e complessa.
Come nascono le tue opere tra parola, segno e immaginazione?
Nascono dall’horror vacui, da un vuoto pungente da abitare. Non riesco a essere essenziale: il riempimento è una strategia, forse inconscia, di risposta.
Sei affascinata dagli archivi e dalle postille: quando nasce questa passione?
Dall’infanzia. Sono figlia unica e ho sempre trovato nel disegno un approdo. I miei genitori vengono dal teatro, quindi la manualità è sempre stata familiare. Poi sono diventata grafomane.
Scrivi e dipingi anche su corpi e oggetti: chi sono le tue modelle e i tuoi modelli ideali?
Persone disposte al baratto. Vittorio, un marinaio genovese ostico e caustico, è stato perfetto. Quando la sua resistenza è diventata tenerezza, mi ha raccontato tutta la sua vita. Era cosparso d’inchiostro, ci siamo abbracciati. Mi sentivo felice.
Come nascono i titoli delle tue opere?
Sono impasti di parole. Mi vengono camminando, come un grande cinema all’aperto. Siamo tutti impasti di canzoni, storie e nostalgie.
Ti piace l’arte contemporanea e i suoi “duchampismi”?
Spesso mi annoiano. Avverto una sensazione di castrazione sensoriale: tutto è troppo placido, democratico, orizzontale.
Quali gallerie o critici seguono il tuo lavoro?
Nessuno. Improvviso, creo connessioni e collaborazioni. Preferisco le botteghe alle gallerie.
Come e cosa comunichi con il tuo lavoro?
È una domanda impossibile. Mi interessa solo essere carnale con ciò che faccio.
Vivi della tua creatività?
L’Italia non ci vuole bene. Spesso bisogna inventarsi altre vite per sostenere la ricerca artistica. Questo genera frustrazione.
Conosci Luigi Serafini? Ti piacerebbe esporre con lui?
È parte del mio cuore. Sono cresciuta a “pane e Codex”. Sarebbe un sogno poter esporre con lui.
Quali mostre sono state fondamentali per la tua evoluzione?
Palazzo Ducale a Genova, con performance di scrittura sui corpi (“Lettere vagabonde”), e Faenza, al Palazzo del Podestà, con grandi tele alchemiche.
Quali artisti contemporanei ti emozionano?
Nicola Samorì, Gino De Dominicis, Agnolo Bronzino. E l’intervista di Giacinto Cerone: “Dobbiamo essere martelli che spaccano i vetri per far entrare il vento nelle case”.
A quale progetto stai lavorando?
Alla pittura di grande formato. Ho fame di simboli nuovi.
A cosa serve l’arte per te?
Serve a tutto: a commuoversi, essere fragili, raccontare. Il mondo è una grande corrispondenza. Mi rende fragile e viva.














